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Quali sono gli sbocchi professionali con la laurea telematica in Ingegneria

Quali son gli sbocchi professionali con la laurea telematica in Ingegneria 

Le Università telematiche negli ultimi anni hanno assistito (e continuano ad assistere) ad una crescita graduale ma costante. Probabilmente per tutti quei vantaggi che in molti riscontrano iscrivendosi in questa tipologia di università.

In questo breve articolo ci focalizzeremo su alcuni punti fondamentali e decisivi per la scelta di una facoltà telematica.

Vedremo:

  • - se la laurea in Ingegneria erogata da un istituto telematico è valida legalmente
  • - i vantaggi dello studiare a distanza attraverso una connessione internet-
  • - gli sbocchi professionali a cui un laureato in Ingegneria può aspirare.

Università telematiche: validità della laurea

Il titolo di laurea conseguito in una qualsiasi delle università telematica ha la stessa validità di quello erogato da atenei frontali.

Vediamone le ragioni.

Sono 11 le università riconosciute dal Miur (Ministero dell’istruzione, dell’Università e della ricerca) attraverso Decreto Ministeriale. Riconoscimento avvenuto dopo aver verificato l’adeguamento delle singole università ai criteri stabiliti dal Miur stesso, in relazione a qualità di formazione per lo studio e altri requisiti.

Il Miur si è avvalso e si avvale dell’Anvur, altro organo pubblico avente il compito di monitorare periodicamente le 11 università e segnalare eventuali criticità da risolvere.
Questi organi rendono il sistema delle università online garantito affinché chi studia possa avere una formazione equiparabile se non superiore alle università tradizionali.

La laurea erogata da un’università telematica quindi dà accesso a concorsi pubblici e privati ed è spendibile anche all’estero.

Motivi per scegliere una università online

I motivi sono davvero tanti. Da quando è cambiato il modo di cercare informazioni, non più su testi enciclopedici, ma direttamente sul web, anche studiare su piattaforme di e-learning attraverso video conferenze e materiale didattico scaricabile è diventato più comune.

Il materiale messo a disposizione su queste piattaforme in streaming o on-demand è disponibile quando lo studente vuole 24/24h, lo si può rivedere centinaia di volte, fermare un video, prendere appunti e poi continuare.

Queste piattaforme mettono a disposizione anche forum e chat di discussione perché gli studenti abbiano momenti di condivisione dove possono scambiarsi suggerimenti e consigli. Anche l’interazione con i docenti è ben strutturata.

Basta avere una buona connessione e, nel momento in cui si vuole e nel luogo in cui si è, si può accedere allo studio su queste piattaforme sia attraverso pc, ma anche dispositivi mobili.

Nessuna lunga trasferta dal luogo dove viviamo all’università né l’obbligo di doversi trasferire in un’altra città per frequentare l’università con tutte le spese (principalmente di affitto e vitto) che ne conseguono.

Molti di coloro che scelgono le università telematiche sono già occupati, hanno impegni professionali e in questo modo riescono a conciliare lo studio con il resto (la famiglia, il lavoro, etc)

L’offerta formativa delle università online offre diverse tipologie di laurea in Ingegneria, sia triennale che magistrale:

  • - Ingegneria Civile e Ambientale
  • - Ingegneria Industriale
  • - Ingegneria Informatica e dell’Automazione

Molte università telematiche offrono l’opportunità durante il percorso di studio di poter partecipare a tirocini curriculari e a progetti di Erasmus+, un progetto di mobilità dello studente all’estero utilizzabile sia per lo studio che per esperienze professionali.

Non solo studio quindi, ma anche pratica.

Laurearsi in Ingegneria: quali sono gli sbocchi occupazionali?

Ribadiamo, prima di addentrarci in merito all’argomento, che la laurea erogata da un istituto telematico non ha nessuna differenza in relazione alla sua validità legale rispetto a quello erogato da un ateneo frontale.

Quindi le opportunità di lavoro sono le stesse. Molto dipenderà dal mercato del lavoro: dalla domanda di ingegneri nel momento di conseguimento della laurea.

Anche il tipo di laurea scelto in Ingegneria offrirà sbocchi professionali diversi.

Ad esempio, una laurea in Ingegneria informatica o elettronica dà conoscenze base e/o specializzate sulla progettazione e gestione di sistemi elettronici che trovano la loro espressione nel campo delle telecomunicazioni, elaborazione delle informazioni, nei sistemi biomedicali, sistemi spaziali, sistemi per l’ambiente, sistemi per l’automazione e controllo industriale.

Da questo semplice elenco si può comprendere che la domanda di laureati in Ingegneria non è in esaurimento bensì in aumento con le nuove applicazioni della tecnologia come la domotica o l’Industria 4.0.

Una laurea invece in Ingegneria Civile e Ambientale darà competenze e conoscenze per la progettazione, realizzazione e gestione di opere e sistemi di rilievo, controllo dell’ambiente e del territorio. La gestione delle materie prime, dei rifiuti; la valutazione degli impatti ambientali nella realizzazione di opere e piani.

Clicca qui per conoscere alcuni degli sbocchi professionali con una laurea in ingegneria civile, oppure qui per gli sbocchi in ingegneria industriale.

Va detto, inoltre, che i corsi di studio pianificati da queste università telematiche sono solleciti nell’adeguarsi ai cambiamenti del mercato del lavoro in modo da formare figure professionali quanto più rispondenti alle esigenze di un mercato in continua evoluzione.

Come iscriversi alle Università telematiche

Erogando a distanza i contenuti didattici, ci si può iscrivere in ogni momento durante l’anno.

Non ci sono test d’ingresso per limitare gli iscritti ma solo test di orientamento con finalità di supporto allo studente.

Anche iscriversi è molto semplice e le procedure d’immatricolazione si svolgono, molto spesso, completamente online. Realizzare i propri sogni non è mai stato più semplice.

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Le classi di purezza dell'aria compressa secondo la norma ISO8573-1:2010. Automazione pneumatica e Industria 4.0

Le classi di purezza dell'aria compressa secondo la norma ISO8573-1. Automazione pneumatica e Industria 4.0

L'aria compressa resta un sistema fondamentale nei sistemi di produzione anche ai tempi dell'industria 4.0 e restano, inoltre, un componente importante di tutti quei componenti pneumatici dell'automazione industriale. In questo articolo vediamo un aspetto importante di questi sistemi, ovvero la qualità dell'aria compressa.

 

A cosa servono i sistemi di trattamento aria

Nell'aria compressa sono infatti contenuti umidità, impurità e residui di olio ( solitamente generato dai compressori dove la pressione viene generata ) che, se superano determinati valori, possono causare malfunzionamenti e blocchi della produzione. Pensiamo inoltre ad applicazioni particolari come l'industria alimentare, quella farmaceutica o gli ambienti ospedalieri, dove la presenza di queste impurità non può essere tollerata. A tale scopo ai compressori vengono affiancati dei sistemi di trattamento aria, che provvedono ad inviare lungo il circuito aria purificata ad essiccata.

Per l'essiccazione, in particolare, si utilizzano i cosiddetti essicatori che possono essere:

  • - essiccatori a refrigerazione ( essiccatori firgoriferi )
  • - essiccatori ad estrazione.

Per avere un'idea di quali siano le caratteristiche degli essiccatori per aria compressa basta consultare un catalogo di essiccatori, come ad esempio quello del sito compressoriaria.it

La Norma ISO 8573-1

La norma di riferimento per definire la qualità dell'aria prodotta da un sistema di trattamento aria è redatta dall'ISO e si chiama norma ISO 8573-1:2010. Vengono definite 6 classi di purezza in ordine decrescente ( più basso è il numero, più pura è l'aria ) e viene inoltre aggiunta una "classe zero" definita dal produttore del sitema quando vuole realizzare sistemi superiori in purezza alla classe 1, secondo standard che dovrà definire e garantire in autonomia.

I parametri considerati dalla norma per valutare la purezza dell'aria compressa sono 3 e determinano le tre cifre che compongono la classe:

  • - polveri o particelle solidi, misurate per numero di particelle per metro cubo;
  • - acqua, misurata per punto di rugiada in pressione ( °C o °F );
  • - olio, misurato per mg per metro cubo.

Pertanto un sistema di trattamento aria di classe 1.4.1 , per fare un esempio, sarà di classe 1 rispetto al particolato, 4 rispetto all'umidità e 1 rispetto all'olio.

Polveri o particelle solide in particelle per metro cubo

Le particelle solide, detta anche particolato, sono classificate in base al loro diametro e in particolare la norma tiene conto di tre diverse dimensioni:

  • - polveri di diametro compreso tra 1 micrometro e 5 micrometri
  • - particolato di diametro compreso tra 0.5 micrometri e 1 micrometro
  • - diametro compreso tra 0.1 micrometri e 0.5 micrometro

Per le polveri o particelle solide sono fissati i seguenti limiti:

  • - inferiore a 5mg di particelle per metro cubo per rientrare nella classe 6
  • - inferiore a 100.000 parti per metro cubo, con diametro massimo di 1 micron per rientrare nella classe 5
  • - inferiore a 10.000 parti per metro cubo, con diametro massimo di 1 micron per rientrare nella classe 4
  • - la classe 3 tollera al massimo 1.000 particelle per metro cubo di diametro tra 1 micron e 5 micron, ma ne ammette 90.000 tra 0.5 e 1micron
  • - la classe 2 tollera al massimo 100 particelle per metro cubo di diametro tra 1 micron e 5 micron, ma ne ammette 6.000 tra 0.5 e 1micron e 400.000 tra 0.1micron e 0.5 micron
  • - la classe 1 tollera al massimo 10 particelle per metro cubo di diametro tra 1 micron e 5 micron, ma ne ammette 400 tra 0.5 e 1micron e 20.000 tra 0.1micron e 0.5 
  • - se un produttore vuole immettere sul mercato un sistema di classe 0 devo scendere sotto i limiti della classe 1 e definirne le specifiche in fase costruttiva

Contenuto di acqua: cos'è la temperatura di rugiada

I limiti del contenuto di umidità nell'aria compressa sono misurati con la temperatura di rugiada in pressione ( in lingua inglese Vapor Pressure Dewpoint ) . Il punto di rugiada è il valore della temperatura alla quale l’umidità e il vapore acqueo presenti condensano sulle superfici trasformandosi in acqua liquida. Il tutto alla pressione di esercizio del sistema di trattamento aria.

Pertanto più la temperatura di rugiada è alta, più sarà la concentrazione di acqua nell'aria compressa. Meno sarà presente la concentrazione di umidità, più sarà necessaria una temperatura bassa perché questa condensi creando problemi al sistema di aria compressa.

Classi dell'aria compressa per contenuto di umidità

Per quanto detto nel paragrafo precedente, è intuitivo che la definizione delle classi proceda per temperature di rugiada decrescente:

  • - un sistema è di classe 6 se la temperatura di rugiada è inferiore a 10°C (50°F)
  • - un sistema è di classe 5 se la temperatura di rugiada è inferiore a 7°C (45°F)
  • - un sistema è di classe 4 se la temperatura di rugiada è inferiore a 3°C (37°F)
  • - un sistema è di classe 3 se la temperatura di rugiada è inferiore a -20°C (-4°F)
  • - un sistema è di classe 2 se la temperatura di rugiada è inferiore a -40°C (-40°F)
  • - un sistema è di classe 1 se la temperatura di rugiada è inferiore a -70°C (-94°F)

Come per il particolato, se un produttore vuole immettere sul mercato un sistema di trattamento aria compressa di classe 0 dovrà scendere sotto la temperatura di rugiada del classe 1 e specificarlo nel data sheet del prodotto.

Classi dell'aria compressa per concentrazione di olio

Una certa concentrazione di olio è presente nell'aria compressa proprio per le caratteristiche costruttive dei compressori, che essendo comunque delle macchine meccaniche hanno bisogno di lubrificazione nella maggior parte dei casi. Fanno eccezione i compressori oil free, ovvero senza olio, anche se non è sufficiente che un compressore sia dichiarato Oil Free perché sia completamente privo di concentrazioni infinitesimali di olio: perché ciò avvenga il compressore deve essere Oil free classe zero.

Vediamo comunque quali sono i limiti di concentrazione oleosa fissati dalla norma ISO 8573-1:

  • - la classe 4 ammette una concentrazione di olio inferiore a 5mg per metro cubo;
  • - la classe 3 ammette una concentrazione di olio inferiore a 1mg per metro cubo;
  • - la classe 2 ammette una concentrazione di olio inferiore a 0.1mg per metro cubo;
  • - la classe 1 ammette una concentrazione di olio inferiore a 0.01mg per metro cubo.

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I linguaggi di programmazione nel web design: quali sono i più utilizzati

I linguaggi di programmazione nel web design: quali sono i più utilizzati

Chi studia per diventare web designer si ritrova sulla scrivania manuali e guide pieni zeppi di diciture e linguaggi tecnici da memorizzare e soprattutto da imparare ad usare sul lavoro. Tra quelli fondamentali per il Web Design, ce ne sono tre che sono considerati la base della materia. Parliamo di HTML, CSS, Javascript.

Un bravo designer del web, che ha maturato la giusta esperienza e le giuste conoscenze del settore, soprattutto grazie ad un corso web designer di spessore, sa che la creazione di una pagina web necessita di cure particolari per rendere la grafica piacevole alla vista ed allo stesso tempo leggera da leggere e da “masticare” per tutti i motori di ricerca.

Questi linguaggi di programmazione che abbiamo appena citato in intro rendono più agevole e facile l’ottimizzazione del sito dal punto di vista grafico e non solo.

Il professionista lavora meticolosamente per aggiungere effetti, scorciatoie ed animazioni alle pagine del sito, rendendole adatte alla navigazione.

Quello che faremo qui di seguito è provare a spiegare l’importanza dei suddetti linguaggi di programmazione in ambito “web design”.

HTML: la base fondamentale delle pagine Web

Partiamo dall'analisi del primo linguaggio, considerato come l’asse portante di una pagina web.

Stiamo parlando dell'HTML che serve a creare la struttura di base delle pagine Web. L’acronimo sta per Hyper Text Markup Language, (tradotto come linguaggio di marcatura degli ipertesti).

Il riferimento è quindi palese ai Markup Tags, ovvero ai comandi che si utilizzano per l’impiego di questo linguaggio, e agli “ipertesti”, che invece rappresentano l’insieme dei documenti e dei media collegati tra loro tramite dei link.

L'HTML di oggi, come cioè lo concepiamo ora, non è come quello usato negli anni precedenti.

Nel corso del tempo la tecnologia si è evoluta, e le recenti versioni di HTML hanno progredito nelle loro funzionalità.

Tra le ultime versioni citiamo HTML5, che circa una decina di anni fa ha apportato modifiche ai Markup Tags rispetto al precedente HTML4, ormai obsoleto in quanto nato nel “lontano” 1999.

Il linguaggio HTML serve, detto in parole povere, ad inserire su un sito web testi, immagini, documenti, form di contatto, collegamenti. E’ quindi l’amalgama che mette insieme tramite codice tutti i pezzi che formano una pagina web e quindi un sito web.

Grazie all’HTML puoi altresì inserire mappe di Google, video di YouTube, form contact e molto altro.

È per questo che un web designer deve conoscere l'ABC del linguaggio HTML, e tutto per costruire la base del sito.

In seguito per favorirne un buon posizionamento in SERP dovremo svolgere accurato lavoro di SEO OnPage, utilizzando i Markup Tags in modo strategico.

Linguaggi XML e XHTML

Sempre facenti parte della famiglia del linguaggio di HTML, abbiamo i linguaggi XML e XHTML, rispettivamente eXtensible Markup Language ed eXtensible Hyper Text Markup Language.

Essi vengono invece impiegati per la creazione di Markup Tags personalizzati.

Da citare è anche l'HAML, che viene utilizzato per rendere più rapida la stesura del codice HTML attraverso dei programmi chiamati preprocessori.

CSS per modificare il sito e renderlo esteticamente piacevole

Con il CSS procedi allo step successivo, ovvero modifichi la grafica ed il template del sito e lo rendi piacevole alla vista oltre che funzionale alla navigazione.

CSS, acronimo di Cascading Style Sheet (il cui parallelo in italiano è foglio di stile a cascata) è un linguaggio grazie al quale si possono realizzare dei documenti.

All’interno di questi ultimi si possono poi elencare le caratteristiche estetiche delle pagine Web. Solo utilizzando un CSS è possibile realizzare un Responsive Design.

Più semplicemente i vari template si adattano ai display e dispositivi che si stanno utilizzando.

Se fino ad ora credevi che con il CSS si potesse unicamente modificare un colore, uno sfondo del sito o un carattere testuale, è giunto il momento di ricredersi. Grazie al più recente CSS3 è possibile definire animazioni, transizioni, sfumature, sfondi multipli, trasformazioni 2D e 3D.

Quando un Web Designer comincia ad impiegare questo linguaggio di programmazione, può sbizzarrire la sua fantasia, ogni immagine nella sua mente può prendere forma per rendere splendido in sito web, non solo agli occhi di chi glielo commissiona ma anche agli occhi dei potenziali Clienti.

Javascript: utilizzare le animazioni e gli effetti speciali

In ultimo c’è da considerare il linguaggio Javascript. Viene spontaneo chiedersi a cosa serve, considerato che ormai i linguaggi di programmazione sono in grado di far modificare un sito web da ogni punto di vista.

Con Javascript è amplificata la portata degli “effetti speciali” inseriti nel sito. Si tratta infatti di un linguaggio di scripting legato ad oggetti ed eventi. In questo modo è possibile rendere interattive le animazioni, o anche è possibile renderle attive in base a come si comportano gli utenti che navigano sul sito.

Se non hai capito come si impiega o come si applica Javascript ti portiamo un esempio.

Pensa a quei siti in cui scorrendo verso il basso con il cursore, il menu di navigazione rimane fermo in alto nella pagina. Si tratta di un effetto speciale che si può creare solo grazie a Javascript.

La stessa cosa vale per tutti quei siti in cui è possibile cliccare sui bottoni “Torna su” o “leggi tutto” presenti in quasi tutte le pagine Web, o quando si sfogliano le varie foto di Gallery e Slideshow.

Se con il CSS crei la base delle animazioni, con Javascript le rendi possibili, veritiere, utilizzabili e ottimizzate per la navigazione degli utenti da una pagina all’altra.

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Cos'è l'effetto fotovoltaico che sta alla base degli impianti ad energia solare.

In questo articolo, primo di una serie sulle energie rinnovabili, scopriremo cos'è e come funziona l'effetto fotovoltaico, che sta alla base della produzione di energia elettrica dalla luce solare negli impianti fotovoltaici.

Effetto fotovoltaico: un po' di storia

Lo scopritore dell'effetto fotovoltaico fu Antoine Cesar Becquerel, fisico francese nato a Châtillon-Coligny nel 1820 e morto a Parigi nel 1878. Nel 1839 Becquerel scoprì per caso che la luce solare aveva degli effetti su una cella elettrolitica con elettrodi di platino che stava studiando. Nel 1870 fu il tedesco Heinrich Hertz (Amburgo, 1857 - Bonn, 1894) a studiare l'effetto fotovoltaico sul selenio, mentre nel 1876 Willoughby Smith, William Grylls Adams e Richard Evans Day conclusero che le celle elettrolitiche erano in grado di convertire la luce in elettricità con una efficienza tra l'1% e il 2%.

La spiegazione scientifica dell'effetto fotovoltaico fu data solo da Albert Einstein nel 1905, scoperta che gli valse il Premio Nobel per la fisica nel 1921. Dovettero tuttavia passare oltre 30 anni prima che questo fenomeno potesse avere un'applicazione pratica: la prima cella fotovoltaica fu realizzata in silicio nei laboratori Bell ad opera di Gerald Pearson, Calvin Fuller e Daryl Chapin.

Il principio di funzionamento dell'effetto fotovoltaico

La cella fotovoltaica altro non è che ciò che in elettronica viene definita una giunzione p-n, come quella del diodo, realizzata partendo dal silicio cristallino puro e drogandone una parte con un elemento di tipo P ( come il Boro ) e l'altra parte con un elemento di tipo N ( come ad esempio il Fosforo ).

Nella giunzione non può entrare la luce, quindi quando i fotoni incidono sul silicio delle celle ne urtano gli atomi e, se il fotone presenta un'energia sufficiente, scalza un elettrone dal proprio posto. L'elettrone scalzato viene quindi catturato dal campo elettrico creato dalla giunzione P-N che lo trascina nella zona N. Dalla zona N può fluire attraverso i contatti della griglia elettrica fino al carico elettrico e, quindi, tornare attraverso i conduttori nella zona P. Qui si ricombinano con le lacune , cioè le cariche positive che sono state trascinate nella zona P.

Quando la luce, attraverso un numero elevato di fotoni di energia sufficiente, mette in atto il moto di un elevato numero di elettroni attraverso il processo sopra descritto, provoca il passaggio di una corrente elettrica.

Funzionamento di una cella fotovoltaica e della giunzione P-N

Abbiamo detto che il processo descritto nel paragrafo precedente si innesca solo se il fotone ha un'energia sufficiente. Solo una parte dei fotoni incidenti genera una corrente elettrica e non tutta l'energia posseduta dal fotone ( E = v * h ) si trasforma in energia elettrica. Questo determina un'efficienza piuttosto bassa delle celle fotovoltaiche : le più efficienti possono arrivare ad un rendimento di circa il 14% .

Vediamo nel dettaglio cosa può accadere a un fotone di luce solare che incide sulla cella. Le varie casistiche si possono suddividere in due comportamenti:

  1. generare una coppia di portatori di carica ( lacuna-elettrone );
  2. non generare una coppia di portatori di carica.

La coppia di generatori di carica non viene generata se:

  1. il fotone viene riflesso senza neanche entrare nella cella fotovoltaica;
  2. il fotone incide sulla griglia metallica e quindi non entra nella cella. Questo spiega perché la griglia metallica dovrà al tempo stesso avere molti conduttori per raccogliere la corrente in forma capillare, ma al tempo stesso averli molto sottili per permettere a più luce possibile di passare;
  3. il fotone ha lunghezza d'onda maggiore di 1.100 mm e quindi energia inferiore a 1.1 eV3 , questa è troppo bassa per poter creare coppie lacuna-elettrone e quindi il fotone non da origine ad alcun fenomeno apprezzabile;

Nei casi invece in cui viene generata la coppia di portatori di carica, questo può avvenire:

  1. all'interno della regione di carica spaziale della giunzione; il campo elettrico che è presente in questa regione porterà quindi l'elettrone verso la zona N e la lacuna verso la zona P, dando così origine alla fotocorrente;
  2. all'esterno della regione di carica spaziale, ma raggiungerla ugualmente per diffusione e si crea ugualmente la fotocorrente;
  3. all'esterno della regione di carica spaziale, ricombinandosi senza raggiungerla e senza dare quindi origine alla fotocorrente.

 

Rendimento ed efficienza di una cella fotovoltaica

Delle 6 casistiche descritte nel paragrafo precedente, solo in 2 casi si origina una corrente fotovoltaica. Questo spiega il rendimento relativamente basso delle celle fotovoltaiche, che raramente supera il 20%. La sfida perché le energie rinnovabili siano sempre più convenienti, anche senza l'elargizione di incentivi da parte dei governi, è ovviamente legata a tecnologie costruttive sempre più efficienti.

In particolare l'efficienza è molto legata alla tipologia di silicio impiegata. Infatti:

 

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Cosa significa VPS e come funziona un Virtual Private Server. Vantaggi e svantaggi di un server virtuale

Cosa significa VPS e come funziona un Virtual Private Server. Vantaggi e svantaggi di un server virtuale

L'acronimo VPS (alias di Virtual Private Server) sta ad indicare una soluzione tecnologica oggi molto diffusa e impiegata soprattutto a livello aziendale per l’ottimizzazione delle funzionalità di un personal computer o di un server. Si tratta di un vero e proprio server con delle peculiarità uniche, come ad esempio il fatto di essere privato (per cui riservato al solo utente che lo attiva) e il fatto di essere virtuale.

Proprio l’essere virtuale rappresenta il fattore distintivo di un VPS, in quanto non c'è rapporto 1:1 tra VPS e server fisico, ci si basa soltanto su una simulazione dello stesso e delle sue risorse hardware. In sintesi l’impresa di hosting offre al cliente un vero e proprio server individuale unmanaged (quindi gestito al 100% dal cliente), ma virtuale. Il cliente gestirà pertanto solo una partizione dell’intero server fisico.

Come funziona il VPS? Quali i vantaggi e gli svantaggi nel suo utilizzo?

Abbiamo posto la domanda agli amici di Webhosting.it, gli esperti del settore.

Come funziona

In sostanza, il VPS può essere definito come uno strumento di condivisione di un server tra più computer indipendenti e un sistema di partizione. Un VPS si basa sull’utilizzo di un software di virtualizzazione che ripartisce lo spazio fisico disponibile e gli assegna parte delle risorse. Ne consegue che la banca dati di un sito che si appoggia su un VPS ha bisogno esclusivamente di alcune risorse garantite:

  • RAM
  • spazio su disco
  • larghezza di banda
  • CPU.

Nel VPS non esiste una condivisione di risorse con altri siti web. Questo permette agli utenti di tenere d’occhio ogni elemento poc’anzi citato e ogni funzionalità su esso caricate.
Un server virtuale VPS funziona al di là del sistema operativo che hai sul tuo PC, anche se di solito sarebbe preferibile optare per quelli più leggeri che non impegnano tutta la RAM.
Si può accedere al VPS tramite:

  • console
  • HTTP
  • SSH
  • FTP
  • telnet. 

Il riavvio può essere effettuato in maniera indipendente da ogni utente hostato su quel server. Questo funzionamento semplice, lineare ed anche economico (parlando di prezzi) ha permesso al VPS di diffondersi a macchia d’olio, anche grazie allo sviluppo dei software impiegati per il funzionamento dello stesso.

Il VPS richiede comunque una certa dimestichezza e non è certo consigliato a chi non ha mai fatto esperienza nel mondo degli hosting. Ne consegue che ci sono molti vantaggi di cui tenere conto quando si decide di appoggiarsi ad un server piuttosto che ad un altro, atteso che i VPS come prodotto dedicato rappresentano una soluzione più onerosa rispetto ad un semplice hosting condiviso, ma più economica rispetto ad un server fisico ad personam.

I vantaggi di utilizzare un Virtual Private Server o VPS

Non ci è voluto tanto per vedere i VPS decollare. Le aziende hanno deciso di convertirsi a questo servizio, a causa dei cambiamenti nelle tecnologie di virtualizzazione.
Questo progresso ha portato ad un mutamento delle necessità aziendali e ad un conseguente aumento della funzionalità e prestazioni dei VPS messi a servizio degli utenti.

Scegliendo un Virtual Private Server come hosting, potrai beneficiare di una serie di vantaggi:

  • ad esempio con un VPS avrai un servizio molto più stabile rispetto ad un servizio hosting medio basso;
  • al contempo potrai godere di un controllo maggiore di tutti gli aspetti concernenti il tuo sito (e non fa di certo la differenza se utilizzi Wordpress, Joomla o PrestaShop);
  • vedrai al contempo una progressiva ottimizzazione delle risorse con conseguente ambiente di lavoro più performante; 
  • I server VPS dimostrano anche una maggiore efficienza, dal punto di vista energetico in quanto si risparmia l’energia che dovrebbe alimentare altrimenti un ipotetico server fisico;
  • grazie poi alla facile scalabilità del server VPS, vedrai i tuoi siti aggiornarsi di continuo, miglioreranno da ogni punto di vista, ma soprattutto in termini di risposta, memoria velocità e spazio fisico;
  • la presenza di software web-based, quindi con interfaccia su browser, ne consentono una totale configurazione con l'ausilio di una connessione internet.

 

Gli Svantaggi dei Virtual Private Server o VPS

La scelta di un hosting per il proprio sito web è sempre un dilemma. Tra hosting condivisi, cloud, VPS e server dedicati, i fattori da considerare per una scelta giusta e confacente alle proprie esigenze, sono tantissimi.

Pur essendo molti, come abbiamo visto, i vantaggi di un VPS, non mancano di certo gli svantaggi del Virtual Private Server:

  • innanzitutto non possiamo non tener conto della componente tecnico/economica, trattandosi comunque di un servizio particolare che richiede quindi una spesa maggiore rispetto ad un comune hosting condiviso;
  • tieni conto poi che, se dovessi chiedere all’azienda fornitrice dei servizi di assistenza ulteriori rispetto a quelli forniti di default, il costo mensile per l’uso del VPS lieviterebbe ancora di più. Qualunque plus rispetto al pacchetto base richiede un maggiore costo, ma ne va sicuramente della tua sicurezza;
  • inoltre, anche se nella maggior parte dei casi un VPS offre un’elevata disponibilità, le risorse dei VPS non mostrano di essere così tanto performanti come ad esempio lo sono gli hosting dedicati;
  • e poi ancora circa le risorse, il traffico di rete ha un limite di funzionamento nel VPS visto che in genere si usano meno schede di rete rispetto alle VPS installate su una stessa macchin;
  • c’è da considerare il fatto che non potrai avere pieno controllo e piena amministrazione della macchina al 100% o perlomeno non come se gestissi totalmente il server fisico.
    Infine ricorda che per amministrare un VPS occorre avere un buon background nell’amministrazione di server oppure ricorrere a soluzioni di server managed.

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Smartwatch di ultima generazione: in aumento le vendite di c10xpower

Smartwatch di ultima generazione: in aumento le vendite di c10xpower

Chi di noi non ha mai sentito parlare di smartwatch?

Soprattutto nell’ultimo periodo in cui la tecnologia sembra prendere piede in maniera sempre più incisiva e le novità tecnologiche si susseguono in maniera frenetica, lo smartwatch rappresenta senza alcun dubbio l’unione e il connubio tra orologio classico e smartphone.

Si tratta di uno strumento all’inizio snobbato da molti, ma che adesso sembra essere molto in voga soprattutto tra i più giovani, in particolar modo tra gli sportivi, proprio grazie alle sue molteplici caratteristiche che lo rendono comodo, facilmente utilizzabile e per niente ingombrante.

Se prima gli smartwatch erano dei semplici strumenti che servivano a calcolare il numero di passi effettuati, le calorie bruciate o i km percorsi, adesso, andando avanti con lo sviluppo dei software, lo smartwatch è diventato un vero e proprio sostituto del telefono in quanto permette la lettura dei messaggi, di effettuare chiamate, nonché l’accesso alle app relative allo sport precedentemente citate.

Parliamo quindi di uno strumento tecnologico che rappresenta però, allo stesso tempo, anche un accessorio spesso elegante e moderno da sfoggiare su diversi tipi di outfit senza sfigurare mai. Questo è, ad esempio, il caso dello Smartwatch c10xpower, uno degli smartwatch attualmente più venduti e dalle caratteristiche di qualità.

Al contrario di tanti smartwatch questo è un orologio unisex, quindi adatto sia a donne che uomini e che non sfigura mai, dato il suo design accattivante e in linea con le mode del momento e che ne permette l’utilizzo sia a lavoro che in momenti meno formali. Tra le tante funzionalità già citate in precedenza, questo orologio permette di poter monitorare il sonno e il proprio benessere, grazie al cardiofrequenzimetro che permette la misurazione dei battiti cardiaci, la misurazione della pressione arteriosa e la rilevazione dell’ossigenazione del sangue.

Tutto ciò risulta essere di fondamentale importanza soprattutto per gli sportivi, che durante le loro sessioni e nei momenti di riposo, possono tenere sotto controllo ogni singolo parametro, agendo quindi in maniera del tutto controllata e monitorata, proprio per non incappare in particolari problematiche fisiche, che possono quindi venire a galla grazie all’utilizzo dell’orologio.

Dando uno sguardo alle recensioni lasciate dai consumatori che hanno già acquistato il prodotto, si evince che si tratta di un oggetto davvero ben realizzato, performante e di ottima fattura, dal rapporto qualità prezzo ottimale anche in paragone agli altri smartwatch attualmente in commercio.

Il prodotto è infatti alla portata di tutti e risulta essere forse anche più economico rispetto a tanti altri orologi meno performanti. Questo oggetto può essere acquistato soltanto online dal suo sito ufficiale, con davvero pochi click e quindi essere ricevuto a casa entro pochi giorni lavorativi. Le spese di spedizione sono gratuite e il pacco può essere pagato direttamente in contanti al corriere al momento della ricezione dello stesso. Una comodità per tutti coloro che hanno poco tempo per recarsi in un negozio fisico, ma non vogliono comunque rinunciare a poter acquistare un buon prodotto.

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Purificatore d’aria: cos’è e a cosa serve, come funziona, i vantaggi e quale scegliere a seconda delle proprie esigenze

Purificatore d’aria: cos’è e a cosa serve, come funziona, i vantaggi e quale scegliere a seconda delle proprie esigenze

Oggi, a causa dell’inquinamento e dello smog, presente soprattutto nelle grandi città ma non solo, le nostre case sono continuamente invase da polveri sottili, batteri, composti chimici volatili, muffe, fumo, etc…

È per questo che avere, dentro la nostra abitazione, un buon purificatore d’aria sta diventando sempre più importante per la salute di grandi e piccoli.

Ma vediamo ora, nello specifico: cos’è un purificatore d’aria e a cosa serve, come funziona, i suoi vantaggi e quale scegliere a seconda delle proprie esigenze.



Purificatore d’aria: cos’è e a cosa serve

Il depuratore d’aria è un dispositivo estremamente semplice da utilizzare, molto simile al classico condizionatore d’aria, estremamente importante soprattutto per chi vive nelle grandi città, ma non solo. Questo perché oltre lo smog e l’inquinamento in generale, la nostra casa è quasi sempre invasa da impurità e polvere, essendo un ambiente praticamente al chiuso.

Il purificatore d’aria provvede proprio a risolvere questa problematica nociva per la nostra salute, restituendoci aria pulita e purificata all’interno e filtrando tutto ciò che danneggia l’aria che respiriamo.

Tutto questo grazie al filtro interno al dispositivo che assorbe l’aria e la purifica.

E non si tratta solo di purificare l’aria da agenti esterni inquinanti, ma anche da fumo di sigaretta, polline, quindi allergeni, o ancora batteri o COV (composti organici volatili che si trovano nei vestiti, negli arredi, nei prodotti chimici che utilizziamo tutti i giorni e così via…). Il tutto ovviamente comprende anche l’eliminazione di tutti gli odori sgradevoli che possono ricrearsi in un ambiente al chiuso, come appunto un’abitazione.



Purificatore d’aria: come funziona

Il funzionamento del purificatore d’aria varia in base alla tecnologia dello stesso:

  1. Filtro HEPA: si tratta di un filtro che intrappola tutte le particelle inquinanti, ottima per asmatici e/o allergici, in quanto riesce a catturare sino al 99,7% di particelle nocive;

  2. Ionizzatore: qui non vi è alcun filtro ma piuttosto una produzione di IONI che attaccano le particelle nocive per il nostro organismo, rendendole pesanti e impedendogli di fluttuare nell’aria, raccolte poi da terra attraverso delle piastre elettrostatiche montate a parte. Inoltre, in questo caso, le particelle attaccate hanno anche un volume notevolmente più piccolo e, va da sé, che il lavoro di filtraggio sarà più efficiente ed efficace, rendendo l’aria ancora più pura del precedente filtro HEPA;

  3. Filtro Carbone attivo: questo filtro, a differenza dei precedenti, raccoglie anche gli inquinanti che creano odori cattivi, come la puzza di fumo;

  4. A Raggi UV: la tecnologia a raggi ultravioletti attacca batteri e virus rompendone la struttura molecolare e sterilizzando così l’aria del posto;

Ovviamente, poi, ci sono alcuni purificatori d’aria che sommano più di queste tecnologie assieme. Per altre info, un ottimo sito per approfondire è https://www.purificatorearia.info/ 



Purificatore d’aria: i vantaggi

I maggiori vantaggi dei purificatori d’aria sono:

  • Sonno di qualità molto elevata;

  • Aumento delle difese immunitarie;

  • Diminuzione drastica di attacchi d’asma e/o d’allergia;

  • Miglioramento della salute in generale;

E ovviamente tutta una serie di vantaggi che sono consequenziali alla purificazione dell’aria che ci ritroviamo a respirare ogni giorno. Ci sentiremo molto meno stanchi e la pesantezza diminuirà notevolmente, soprattutto a livello fisico, oltre che mentale.



Purificatore d’aria: quale scegliere

Non resta che scegliere ora quale sia il purificatore d’aria migliore in base alle nostre esigenze.

Vediamo allora insieme le caratteristiche maggiori da tenere in considerazione:

  • Rumore: si tratta di un dispositivo che viene lasciato acceso per diverso tempo, è per questo che bisogna sempre considerare anche il rumore che emette durante la sua attività;

  • La dimensione delle particelle che il purificatore riesce a filtrare: più è piccolo e migliore sarà il risultato ottenuto;

  • Ambiente da filtrare: ovviamente maggiori saranno le dimensioni dell’ambiente in questione e più difficile sarà l’attività di filtraggio del purificatore stesso, quindi bisognerà, anche qui, scegliere quello più potente e adatto alla metratura del posto;

  • Costo filtro di ricambio: il filtro agisce direttamente sulla purificazione dell’aria, quindi va da sé che bisogna cambiarlo ogni 6 o massimo 12 mesi, per questo il suo costo è importante da tenere in considerazione;

  • Accessori: ogni depuratore d’aria ha ovviamente anche accessori e opzioni aggiuntive, come un timer, un controllo remoto, una modalità silenziosa per la notte, etc… O ancora ci sono filtri che in base alla percezione della qualità dell’aria riescono ad impostarsi in autonomia e gestire da soli la qualità del filtraggio stesso;

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Come trasformare un bici tradizionale in una bici elettrica con il kit di trasformazione e-bike

Come trasformare un bici tradizionale in una bici elettrica con il kit di trasformazione e-bike

Se ci si guarda attorno sembra che ormai le e-bike siano ovunque. Per molte persone rappresentano la soluzione perfetta per soddisfare la propria voglia di pedalare a lungo e in modo diverso dal solito. C'è una cosa che ostacola l'acquisto di una e-bike per molti ed è il prezzo. Prima degli incentivi statali, per alcuni acquistare una e-bike era un sogno e potrebbe tornare ad esserlo una volta esaurite le risorse che lo stato ha messo a disposizione del bonus bici elettriche.

Fortunatamente però, c'è un modo per avere una bici elettrica senza spendere molti soldi. Esiste un modo grazie al quale possiamo convertire la nostra attuale bici in una bici elettrica: basta usare un kit per conversione in bici elettrica o comunemente chiamato kit di conversione. Un kit di conversione ti consentirà di prendere qualsiasi bici ordinaria e, aggiungendo alcuni componenti, trasformarla in una e-bike. E soprattutto, ti permetterà di avere una bici elettrica spendendo molto, ma molto meno.

Vediamo allora quali kit propone il mercato in modo che tu possa scegliere quello più adatto alle tue esigenze. Qual è il kit migliore? Se fai una rapida ricerca di kit di conversione su internet vedrai che esistono una varietà quasi sbalorditiva di diversi kit di conversione. La maggior parte però richiedere una certa conoscenza dei sistemi elettrici, della saldatura e molta manualità. Ma se approfondisci un po' vedrai che esistono alcuni kit di conversione che richiedono solo un livello base di conoscenza meccanica della bici, il resto è semplice come collegare un caricatore del telefono a una presa di corrente.

Per facilitarti la scelta di seguito troverai i diversi tipi di kit di trasformazione per bici elettrica.

Ruote ebike motorizzate

La ruota motorizzata è probabilmente l'opzione più pratica per molte persone: sostituisci una delle tue normali ruote non motorizzate con una con un mozzo speciale che contiene un motore, aggiungendo una batteria e gli ingranaggi necessari. Questi kit di conversione sono tra i più economici.

Il kit è formato da un mozzo e un pacco batteria. Fai attenzione ai sistemi controllati da un acceleratore (chiamato anche "twist-and-go"). Legalmente, sono classificate come motocicli elettrici piuttosto che bici elettriche e devono essere tassate e assicurate. Una soluzione semplice ed economica per trasformare la tua bici in un a ebike ma lo svantaggio principale è che aggiunge massa alla tua bici rendendola più pesante. Solitamente questa soluzione aggiunge un tra i 2 e i 4 kg alla tua bicicletta ma consentono un'autonomia fino a 50 km a secondo del modello.

Kit di conversione a trasmissione con attrito posteriore

Questo kit viene direttamente dal passato. Negli anni 90 era già stato creato un sistema analogo composto da una scatola che si trova sulla ruota posteriore alimentata tramite attrito con un volano di gomma azionato da un motore. L'idea non è svanita ed è stata ripresa e migliorata da alcune società che promettono una buona assistenza elettrica per quasi tutte le bici. Questi kit di conversione sono adatti a qualsiasi diametro di ruota compreso tra 16 pollici e 29 pollici.

Sono composti da un pacco batteria agganciato alla canna della sella che pende sotto la bici e preme un rullo motorizzato contro la ruota posteriore. Il livello di potenza può essere selezionato tramite un'unità di controllo montata sul manubrio o un'app per smartphone. I modelli medi di questi kit forniscono fino a 250 watt di assistenza e una velocità massima di 25 km/h con un'autonomia fino a 60 km.

Questo aspetto è molto importante perché permette di farle rientrare nei limiti di legge che escludono di dover ricorrere ad omologazione, casco obbligatorio ed assicurazione alla pari dei ciclomotori.

Kit di conversione nascosto

Questo kit è lo stesso sistema che è stato utilizzato da professionista belga di ciclocross per vincere durante un campionato. È un kit che prevede l'installazione di un piccolo motore da 200 watt che si trova all'interno del tubo verticale della bicicletta e che aziona l'albero motore tramite un ingranaggio e una batteria che va posizionata al posto del porta borraccia. Solitamente questi kit forniscono assistenza per almeno 60 minuti di guida e sono dotati di un interruttore montato sul manubrio per l'attivazione del motore. Sono i modelli più leggeri tra i kit di conversione, infatti arrivano a pesare al massimo 2 kg ma deve essere montato da uno specialista.

Kit di conversione a motore centrale

Questo kit di trasformazione per bici elettrica è ciò che più si avvicina alle e-bike in commercio. Molte bici elettriche disponibili in commercio infatti sono alimentate con motori montati attorno al movimento centrale, vicino ai pedali. Questi kit hanno il vantaggio di posizionare il peso nella parte bassa sulla bici rendendola più stabile. Lo svantaggio però è che possono danneggiarsi colpendo rocce, cordoli e altri ostacoli, essendo così bassi.

Anche questo kit richiede una certa manualità ma non non è così complicato da montare. La conversione solitamente può avvenire utilizzando pochi strumenti per rimuovere il movimento centrale e montare l'unità sulla parte anteriore del tubo obliquo della bicicletta. Questi kit sono dotati di acceleratore, quindi considera la potenza finale per evitare di essere classificati come ciclomotore. I kit di trasformazione a motore si dice si adatti al 95% dei telai di biciclette standard ed è molto più leggero degli altri kit.

Kit di conversione per ebike pieghevoli

Ovviamente esistono i kit di trasformazione in bici elettrica anche per le oramai sdoganate e sempre più diffuse biciclette pieghevoli. Se hai una bici pieghevole per comodità e vuoi aumentare questa comodità trasformandola in una ebike, questo paragrafo fa al caso tuo. Sono disponibili numerosi kit di conversione ebike. Generalmente funzionano con un mozzo alimentato nella ruota anteriore e una batteria trasportata in una borsa montata sulla parte anteriore. Come con gli altri sistemi, c'è un motore del mozzo della ruota anteriore, un alimentatore a clip e un sensore di coppia del movimento centrale.

L'autonomia indicata mediamente è fino a 50 km. Il motore solitamente è molto leggero (circa 2 kg) in virtù del fatto che può esere trasportato a mano o in uno zaino. A seconda del kit si ha la possibilità di utilizzare un acceleratore a manopola o un acceleratore a pollice. Alcuni modelli portano come autonomia massima raggiungibile fino a 60 km con una velocità massima assistita di 40 km/h.

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Telecamere Wi-Fi. Cosa sono e come sceglierle

Cosa sono le telecamere IP e come scegliere una telecamera WI-FI

La sicurezza a casa non è mai troppa. Se quindi vuoi stare più tranquillo e tenere d’occhio il tuo appartamento anche quando sei in vacanza o a lavoro, devi propendere per l’acquisto di una telecamera di sorveglianza, non prima però di aver valutato tutti i requisiti che questo dispositivo deve avere per funzionare ad hoc.

Le telecamere possono essere sia via cavo che Wi-Fi. Se a casa hai una connessione internet, non ti resta che comprare una videocamera di sorveglianza IP.
Si tratta di una valida soluzione che ti permetterà di avere immagini di casa tua in tempo reale ovunque ti trovi, accedendo alle registrazioni da qualunque dispositivo collegato alla rete. Non è certo un caso quindi che la telecamera IP wireless sia stata realizzata appositamente con lo scopo di sorvegliare in modo costante un ambiente.

E infatti è più facile così tenere lontani dalle proprie mura domestiche i malintenzionati, garantendo così una maggiore sicurezza quando non si può vegliare di persona sul proprio nido. Per riuscire a selezionare la telecamera Wi-Fi più adatta alle tue esigenze, devi tener conto di alcune caratteristiche fondamentali. Anche perché, ormai si tratta di un dispositivo talmente comune, che in commercio ne trovi di tutte le salse. Prima quindi di sborsare cash, valuta se i requisiti che indicheremo più avanti sono validi per il modello che intendi comprare tu.

La qualità dell’immagine

La maggior parte dei modelli di telecamera Wi-Fi presente oggi sul mercato, ha la funzionalità di registrare le immagini di quanto avviene nel raggio di copertura dell’obiettivo.
Quello che però può essere carente in un modello a dispetto di un altro e viceversa, non è dunque la capacità di registrazione, ma la qualità con la quale quest’ultima viene posta in essere. Bisogna in parole povere capire se si possono ottenere dei filmati con una risoluzione più o meno elevata.

La risoluzione base minima ormai impiegata da quasi tutte le aziende produttrici è la classica 640x480 pixel. Con questa qualità si ottengono immagini buone, sufficientemente nitide, e che in termini di peso e grandezza non sono gravose. Tieni infatti presente che parliamo di una tipologia di telematica che funziona sfruttando la rete internet.

Più dunque opti per una telecamera impegnativa dal punto di vista risolutivo, e maggiore dovrà essere la velocità di connessione web con cui navighi.

Se infatti la velocità di rete dovesse essere inferiore rispetto alla necessità risolutiva del dispositivo, rischieresti di ottenere immagini scattose e poco nitide. Per quanto poc'anzi detto, la risoluzione 640x480 è considerata il giusto compromesso tra velocità di connessione standard e qualità visiva accettabile. Al di sotto di questi pixel comunque, rischi solo di ritrovarti davanti a device mediocri e qualitativamente scarsi. Inoltre se pensi di utilizzare un dispositivo mobile (tablet o smartphone) per tenere d’occhio la casa, 640x480 è perfetto perché è un valore risolutivo sopportabile dai display oggi in uso.

I formati delle immagini

Anche il formato attraverso cui le immagini e i filmati vengono catturati è importante ai fini dell’acquisto.

Quasi tutti i modelli in commercio sono in grado di registrare in differenti formati compressi, tra cui per esempio MPEG4 o H.264.

Per cui, prima di comprare la videocamera, sarà meglio che tu vada a verificare se il dispositivo con il quale intendi visualizzare le registrazioni sia compatibile con gli standard supportati dalla videocamera.

Il frame rate

Altro requisito tecnico fondamentale nelle migliori telecamere Wi-Fi e che non puoi in alcun modo trascurare è il frame rate. Altro non è che la frequenza di cattura di un filmato, o meglio un insieme di immagini “collegate” una all’altra.

Più è alto il livello del frame rate migliore sarà la fluidità di visione.

Il consiglio è quello quindi di scegliere dei modelli che siano in grado di registrare video ad almeno 60 frame per secondo.
Questo però ha un costo in più, per cui se vuoi spendere di meno e risparmiare, dovrai optate per modelli che effettuano una registrazione a 30 frame per secondo.

Prezzo e design

Se metti a confronto i costi dei vari modelli presenti in commercio (e anche online) è palese che ci sono non poche differenze.
Viene da sé quindi che una telecamera più economica abbia meno funzionalità e un livello maggiore di mediocrità nella registrazione dei video, rispetto a modelli più cari ma che vantano dalla loro parteuna serie di funzionalità aggiuntive che li rendono completi e versatili.
Quindi, se intendi spendere qualcosa in più, ti consigliamo di optare per modelli che abbiano dei sensori. In questo modo, potrai risparmiare spazio di archiviazione, in quanto la cellula che registra tende ad attivarsi solo in presenza di rumori e movimenti.
Ci sono altri modelli poi, che sono in grado di registrare su schede di memoria aggiuntive o che consentono di avere accesso a un database online nel quale sono archiviate le varie registrazioni.
Infine ricorda che se la telecamera da te acquistata deve essere installata in giardino o comunque in uno spazio esterno, non badare al design, ma opta per un modello la cui scocca sia resistente e non marcisca a contatto con pioggia e intemperie.

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La storia del World Wide Web e di internet


La storia del World Wide Web e di internet

Sarebbe davvero difficile ripercorrere in poche righe la strada che ha portato alla nascita del World Wide Web. Parliamo infatti di un’invenzione che oggi influenza il 99% della società, delle scelte personali, del modo di vivere e di relazionarsi di ognuno di noi. Data l’enorme importanza che internet ha assunto nel tempo per tutti noi, abbiamo pensato che potrebbe essere utile ricostruire sinteticamente la sua storia.

Abbiamo chiesto all’amico Cristhian Jordan, founder della Web Revolution Agency di Milano, di raccontarci questa meravigliosa galoppata di internet che anno dopo anno ha rivoluzionato la vita di tutti noi.

Prima però di passare alla storia vera e propria, è giusto fare un appunto circa la terminologia che usiamo nel fare comune.  Sebbene infatti le parole web ed internet vengano usate come sinonimi, il concetto di “web” (nato nel lontano 1989) riguardava più che altro un servizio che attraverso internet permetteva il trasferimento e la visualizzazione di dati sotto forma di ipertesto. Di converso, internet è una struttura tecnologica attraverso cui avviene il trasferimento di questi dati, mentre il web o world wide web è uno dei principali servizi di internet grazie al quale è possibile accedere facilmente e velocemente a infinite informazioni di ogni tipo a carattere amatoriale e professionale collegate da link.

Gli albori e i primi concetti

Concettualmente, si cominciò a parlare di internet nel lontano 1962. All’epoca, lo scienziato e psicologo Joseph Licklider teorizzò una rete che potesse mettere in collegamento tra loro i PC.

Circa tre anni dopo, da quell’idea ci fu un avanzamento tecnologico che portò alla nascita del packet switching, la tecnica di accesso multiplo che rende possibile il trasferimento dei dati. E così solo nel 1969, arrivò il primo collegamento tra due computer: uno situato alla Ucla (Università della California di Los Angeles) e l’altro allo Stanford Research Institute.
È da questi primi tentativi che poi si diramerà la rete globale come la concepiamo oggi. Nello stesso anno, e nel giro poi di 12 mesi, i computer collegati tra loro a distanza diventano 23, e poi ancora 60 agli inizi degli anni ‘70.
Frattanto, l’agenzia della difesa statunitense sognava di poter creare un esercito collegato in rete che avrebbe potuto sfruttare il suo potere informatico per sconfiggere l’Unione Sovietica e i suoi alleati. Fu così che ingegneri ed esperti furono impegnati alla realizzazione di internet in grande scala.

La rete wireless e la connessione dei network

Per riuscire a mettere in collegamento in rete l’esercito, ci volevano sostanzialmente due passi in avanti. In primis la creazione di una rete wireless, che diramasse i dati via satellite e via radio. In secondo luogo c’era bisogno di collegare il network wireless direttamente all’Arpanet, in modo che il sistema potesse tornare utile anche ai soldati in battaglia. Il collegamento di diversi network era ciò che gli scienziati informatici chiamavano internet working. Così, nel 1974 Vint Cerf e Robert Kahn, crearono “un sistema semplice ma molto flessibile”: il protocollo di controllo trasmissione (TCP), che quattro anni dopo si trasforma nel TCP/IP ed è ancora oggi lo strumento su cui si fonda il funzionamento di internet.

Nasce il word wide web

A questo punto, l’infrastruttura di base è completa.
E infatti dopo mesi di lavoro, lo scienziato del Cern di Ginevra, il britannico Tim Berners-Lee, crea il protocollo di trasferimento ipertestuale (in inglese http). Si tratta di un sistema di documenti collegati tra loro e la cui trasmissione si fonda sui link, utilizzabili per passare da un pc all’altro.
La visualizzazione dei dati ipertestuali sarebbe stata esperita attraverso un’applicazione browser, funzionante su un computer attraverso un apposito software.
Bastano tre anni a Lee per creare le basi del web: l’html (il linguaggio per la formattazione e l’impaginazione di documenti ipertestuali), la Url (l’indirizzo unico che consente l'identificazione di ogni risorsa presente in rete) e, il protocollo http per il recupero di tutte le risorse linkate.

Ufficialmente il 6 agosto 1991 nasce il word wide web, mettendo online il primo sito internet della storia (progettato da Lee).

Aveva una grafica semplice e forniva informazioni tecniche ma dettagliate sul funzionamento dello stesso web. Il problema di fondo era che sebbene avessero creato uno strumento di condivisione globale, in pochissimi possedevano i mezzi per la navigazione.
Bisogna dunque aspettare il 1993 per vedere la diffusione dei pc e del word wide web fuori da stazioni di ricerca o militari. Questa diffusione coincide con la nascita del browser Mosaic, il primo in assoluto a permettere di visualizzare anche le immagini e ad utilizzare i moderni strumenti di ricerca come la barra degli indirizzi, i pulsanti di avanti, indietro, l’aggiornamento della pagina e così via.

La nascita di Google

Dopo un anno, nel 1994, Berners-Lee fonda il World wide web Consortium (W3C) al fine di poter creare degli standard che assicurino che tutti i siti del nascente web possano entrare in rete secondo gli stessi principi di compatibilità.
Il web, tuttavia, per avere successo, deve essere accessibile a tutti e completamente gratuito. Lentamente prende quota l’universo digitale, fatto di informazioni libere aperte e spesso un po’ caotiche.

Come mettere ordine in questa confusione informativa?

Ecco quindi che iniziano a nascere i primi motori di ricerca. Nel 1994 nasce Yahoo, e solo nel 1997 viene lanciato Google. Quest’ultimo si distingueva per essere un motore di ricerca in grado di consentire il reperimento delle informazioni sul web attraverso parole chiave e gerarchizzando i contenuti.
Inoltre i risultati in serp per la prima volta erano organizzati in base al trust di una pagina web, ovvero più volte una pagina veniva citata e linkata e più saliva nella serp di Google.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, ma quella che è stata un’idea travagliata e lentamente partorita oltre 40 anni fa, ha permesso alla società di diventare ciò che è oggi: digitalmente dipendente.

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