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Redis: che cos’è e cosa sa garantire

Redis: che cos’è e cosa sa garantire

In ambito informatico può capitare di sentir parlare di Redis, il quale viene indicato come una soluzione particolarmente performante e d’avanguardia, ma di cosa si tratta?

Con ogni probabilità i professionisti del settore sanno già molto bene cosa sia Redis, tuttavia definirlo ed illustrarne i punti di forza può risultare difficile a chi non ha competenze specifiche e non sa cosa significhino le varie terminologie tecniche; cerchiamo dunque di presentare Redis in maniera semplice affinché qualsiasi lettore possa capire cosa sia.

La storia di Redis, una creazione tutta italiana

Prima di entrare nel dettaglio, un po’ di storia: Redis ha una storia piuttosto recente, essendo stato pubblicato in produzione per la prima volta nel 2009, e la sua nascita rappresenta peraltro un vanto “Made in Italy”.

Un ricercatore italiano, infatti, era intento a sviluppare un progetto finalizzato al reperimento di dati relativi agli accessi ai siti Internet in tempo reale, un obiettivo che non poteva essere raggiunto con un database tradizionale e che richiedeva appunto delle tecnologie innovative.

Fu proprio questa la “scintilla” che fece nascere Redis, il quale oggi è considerato un punto di riferimento imprescindibile per molti dei più importanti siti Internet del mondo.

Che cos’è Redis?

Redis è un database, ovvero un sistema di immagazzinamento di dati, dunque un elemento fondamentale per mettere online un qualsiasi sito Internet; mentre la grande maggioranza dei siti è munito di un database MySQL, questo è un database di tipo NoSQL.

I database MySQL memorizzano i dati su disco o su SSD, invece questo database di tipo NoSQL prevede un innovativo sistema di ricerca dati a dizionario che consente di bypassare la canonica ricerca del dato all’interno del disco; il nome Redis, difatti, nasce proprio dalla denominazione Remote Dictionary Server.

È utile sottolineare inoltre che Redis è un database di tipo open source, dunque è un software non protetto da copyright che, essendo liberamente modificabile, è soggetto a costanti migliorie che vengono scaricate in automatico.

Che cosa sa garantire questo innovativo database?

Il particolare funzionamento di Redis si traduce in delle performance eccezionali: grazie a questo database, infatti, un sito web riesce a garantire dei tempi di risposta davvero minimi, rendendolo così assolutamente eccellente da questo punto di vista.

È utile sottolineare, peraltro, che Redis è associabile a tutti i più diffusi CMS, acronimo con cui si indicano i Content Management System, ovvero appunto i sistemi di gestione dei contenuti.

Le opportunità di scelta a livello di CMS sono molteplici e il più diffuso in assoluto è WordPress, essendo un sistema molto intuitivo nel suo utilizzo e, allo stesso tempo, anche molto performante; se si vuol realizzare un sito web, dunque, procurarsi un hosting WordPress Redis come quello proposto da tophost.it significa garantirsi delle performance davvero estreme.

In quali casi è opportuno utilizzare Redis?

Far ricorso a Redis può dunque essere la soluzione ottimale per siti Internet che registrano dei volumi di traffico altissimi, o comunque che richiedono un’esperienza di navigazione ai massimi livelli possibili, non a caso Redis viene largamente utilizzato nei servizi di Home Banking, nei videogiochi, in siti Internet istituzionali, solo per fare alcuni esempi.

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Elettronica vintage: i 10 dispositivi cult anni '80 che hanno fatto la storia dell'elettronica

Elettronica vintage: i 10 dispositivi cult anni '80 che hanno fatto la storia dell'elettronica

I nostalgici degli anni ‘80 (e chi è arrivato purtroppo agli “anta”) ricordano bene gli oggetti e soprattutto i dispositivi elettronici che hanno fatto la storia di quel periodo.

Volendo fare un tuffo nel passato, ripescando dalla soffitta alcuni di questi oggetti che avrai usato almeno una volta nella vita, ti riportiamo di seguito un elenco con i congegni elettronici vintage, oggi oggetti cult degli anni ’80 che puoi trovare su eBay a prezzi spesso anche molto alti.

 

 1. I telefoni trasparenti

Le adolescenti soprattutto ricorderanno la ribalta dei primi telefoni fissi. Un modello particolare e dal design unico era il cosiddetto telefono trasparente.

In pratica era un normale telefono fisso la cui scocca era appunto trasparente e metteva in bella vista tutto il congegno elettronico con cavi, saldature e condensatori.

2. Il walkman

Gli amanti della musica hanno cominciato a regalarsi le emozioni delle cuffiette e delle canzoni “portatili” con il walkman.

Antenato di mp3, iPod, e musica da Spotify, il Walkman funzionava a batterie, e portava la slot per le musicassette (divise in lato A e lato B) che andavano poi riavvolte una volta finiti i nastri.

Oggi i millennials lo guarderanno sorridendo, pensando al fatto che già solo il cellulare ad uso personale fa tutto questo e di più.

Ma a suo tempo, il walkman ha rivoluzionato il concetto di musica in mobilità, permettendo ai giovani di godere del piacere delle canzoni ovunque si trovassero.

3. Il grillo parlante

In pochi lo ricorderanno, ma il Grillo Parlante (originalmente detto Speak and Spell) è stato il giocattolo che ha permesso a moltissimi bambini di imparare a leggere e a scrivere in età precoce.

Si trattava in pratica di un dispositivo elettronico che insegnava l’alfabeto con vari giochi, lo si trasportava ovunque, stimolando la curiosità dei più piccoli e facendo la felicità dei genitori che benedicevano quei soldi spesi per comprarlo.

 

4. Nintendo Nes

Sempre per i più piccoli a cavallo tra gli anni 80 e gli anni 90 arriva il Nintendo NES, una consolle che proponeva i migliori giochi dell’epoca come Super Mario, il primo The Legend of Zelda, Tetris e Donkey Kong, tutti videogames ancora super famosi e che restano iconici nel mondo dei videogiochi.

Oggi le console della Nintendo si sono evolute al passo coi tempi, ma quel primo dispositivo unico nel suo genere che ha fatto la storia dei videogiochi, rimane una pietra miliare del settore.

5. Il telefono Sip

Tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 entrano nelle case degli italiani i primi telefoni della SIP.

Se hai qualche capello bianco ricorderai sicuramente quel modello grigio a casa della nonna, prodotto dalla Società Italiana per l’Esercizio Telefonico, poi diventata Telecom Italia intorno agli anni 90.

6. La polaroid

La macchina fotografica istantanea amata da tutti fu la Polaroid. Sebbene oggi ne esistano modelli moderni, quella diffusasi oltre 30 anni fa dava delle emozioni indescrivibili, che certamente non si possono paragonare ai selfie o alle foto che scattiamo adesso.

Bella o brutta che venisse, la foto veniva stampata al momento, così com’era.

Per cui anziché dare importanza all’estetica, la polaroid era più portatrice di sentimenti e di immortalare i momenti più belli trascorsi in compagnia.

7. Il game boy

Il Game Boy era sinonimo di garanzia video ludica per i bambini degli anni 80 e 90.

Per i giovani dell’epoca, rappresentò la vera e propria rivoluzione ludica in mobilità, grazie a quei moderni giochi elettronici, funzionanti attraverso una schedina che si inseriva nel dispositivo che lo si poteva portare con sé in tasca ovunque si andasse.

Tra quelli più famosi in assoluto, il Tetris fu uno dei giochi più giocati e amati (anche perché era regalato in abbinamento alla console).

Perché si diffuse rapidamente? Perché funzionando a batteria, potevi portarlo dappertutto, e giocare comodamente ovunque ti trovassi.

8. Il TACS

Se vogliamo parlare dei primi telefoni mobili, non possiamo non citare il TACS.

Acronimo di Total Access Communication System, si parla di un sistema di comunicazione ad accesso totale, ovviamente analogico, diventato il primo dispositivo di telefonia mobile.

In Italia ebbe molto successo, in quanto andò a sostituire progressivamente la precedente rete RTMS. È rimasto in voga per quasi un decennio, o almeno fino a quando non hanno cominciato a diffondersi i primi cellulari (tipo il nokia 3330).

9. La macchina da scrivere

Scrivere a macchina negli anni ‘80 non voleva dire usare il PC (non ancora diffuso).

All’epoca infatti, era ancora in voga la macchina da scrivere, formata da un ingranaggio tale che permetteva di imprimere sul foglio i caratteri.

Le pagine bianche venivano inserite in un rullo a mano, che nella fase di battitura si spostava verso destra e andava rimesso al suo posto ogni volta che il rigo terminava.

Se non hai mai scritto a macchina, conoscerai quantomeno le gomme da cancellare tipiche di quel dispositivo, tonde e molto dure.

10. Il cercapersone

Che dire poi del cercapersone. Stiamo parlando di un dispositivo che non permetteva di effettuare chiamate, bensì di inviare messaggi.

Il suo utilizzo è durato davvero pochi anni, dal momento che con la diffusione dei primi telefoni cellulari, non fu più necessario il suo utilizzo.

Tuttavia in quei pochi anni, il cercapersone divenne indispensabile soprattutto nel contesto lavorativo.

L’apparecchio funzionava attraverso l’uso del terminale mobile di un sistema wireless che a sua volta sfruttava il servizio di paging (il termine inglese per indicare il cercapersone è "pager" o "beeper").

Dalle nostre parti, il cercapersone fu distribuito sul mercato con il termine di Teledrin, che poi gergalmente è divenuto in poco temposinonimo stesso di "cercapersone".

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Software WMS, come funzionano? Pro e contro

Software WMS, come funzionano? Pro e contro

La digitalizzazione dei processi è un aspetto fondamentale per le aziende e, in questi ultimi anni, ha subito un’impennata improvvisa. In questo articolo analizziamo cos’è un WMS (Warehouse Management System), le sue funzioni specifiche e le modalità d’uso.

Tralasciando per un momento le necessità e le esigenze specifiche di ogni singola azienda, nei magazzini esistono delle fasi operative valide per tutte le imprese. Ebbene i programmi WMS svolgono le funzioni necessarie a supportare i processi in ogni magazzino, indipendentemente dall’ambito industriale in cui opera.

Cos’è un wms e come funziona?

I WMS vengono usati nei magazzini e hanno il compito di monitorare la movimentazione delle merci stoccate e la loro posizione, così da avere una panoramica chiara sulla giacenza e sulla disponibilità. In un magazzino manuale il software WMS supporta l’intera gestione operativa di tutti i flussi fisici, dal controllo della merce fino alla spedizione finale per i clienti.

Il sistema WMS deve interfacciarsi con l’ERP (Enterprise Resource Planning), che invece si occupa principalmente della parte amministrativa, contabile e fiscale relativa al magazzino. Il WMS deve interfacciarsi anche con altri software usati per i sistemi automatizzati di stoccaggio e di movimentazione presenti nel magazzino.

Il WMS si può acquistare presso aziende specializzate che offrono soluzioni hardware e software complete, oppure può essere realizzato internamente all’azienda. In questo secondo caso però si allungano i tempi ed è richiesta una maggiore specializzazione.

Fondamentalmente il WMS deve incorporare tutte le logiche del funzionamento del magazzino da supportare. Il primo step fondamentale è quindi effettuare un’azione di macroanalisi, che consente di individuare in un documento tutte le funzionalità del software richieste dall’utilizzatore finale. Utente e fornitore devono quindi lavorare fianco a fianco per personalizzare il software secondo le necessità dell’azienda, senza modificare le logiche del funzionamento.

Struttura del software e funzionalità principali

Da un punto di vista strutturale, il WMS presenta un’architettura software di tipo client-server. In pratica il server WMS è collegato ad un host e a degli access point presenti nel magazzino, per scambiare informazioni utili in tempo reale tramite dispositivi mobili. Questa soluzione, risultando estremamente versatile e personalizzabile, può adattarsi tranquillamente dalle grandi multinazionali fino alle PMI.

Le funzionalità possono quindi essere plasmate secondo le esigenze di ogni azienda, indipendentemente che sia grande o piccola o dall’ambito commerciale.

La prima funzionalità è la gestione della merce in entrata, che può essere catalogata e controllata più facilmente. Tutte le informazioni raccolte vengono confrontate con l’ordine ricevuto, per accertare che non ci siano errori. La fase operativa è gestita dal WMS che dialoga in modo efficiente con l’ERP, velocizzando i processi.

Il WMS supporta l’allocazione della merce, che va collocata in determinate posizioni nel magazzino a seconda della tipologia, delle dimensioni e delle caratteristiche. Utilizzando delle strategie pianificate, si preserva lo stato di conservazione di ogni prodotto.

Altra funzione importante del WMS è il controllo dello stock e la relativa gestione. Questo step contribuisce ad avere una panoramica generale sulle scorte e sulle giacenze, evitando problemi di obsolescenza, rotture di stock, scarsità o eccedenza di prodotti.

Infine il WMS si occupa della gestione delle merci in uscita e quindi dei processi di spedizione, che comprendono gli ordini inviati ai clienti, il trasferimento dei prodotti da un magazzino ad un altro o i resi ai fornitori. In questa fase risultano fondamentali operazioni come: picking, picking multi-ordine, uscita di contenitori completi, invio di automezzi e consolidamento degli ordini.

Vantaggi del WMS

Un’azienda che si dota di un software WMS può accedere ad una serie di benefici tangibili, a partire dall’ottimizzazione dei tempi relativi alla movimentazione delle merci. Ogni società può gestire la merce secondo la tecnica più indicata (FIFO, LIFO, FEFO ecc.) e naturalmente si riducono anche i tempi relativi all’evasione degli ordini.

Nei magazzini l’ottimizzazione degli spazi significa risparmio di tempo, riduzione dei costi e massimizzazione della produzione. Il WMS consente di razionalizzare gli spazi, poiché ogni prodotto può essere stoccato ovunque e facilmente individuato da qualsiasi operatore.

Ne consegue una riduzione dei supporti cartacei, a tutto beneficio degli operatori che possono lavorare in modo più efficiente e con meno stress. C’è la possibilità di consultare i dati di giacenza in tempo reale e di avere a disposizione statistiche aggiornate sulle effettive prestazioni del magazzino.

Infine si azzerano quasi del tutto gli errori di tipo manuale, poiché le operazioni vengono confermate tramite un sistema automatico, con una riduzione importante dei costi nascosti.

Svantaggi del WMS

Pur essendo pochi, è opportuno analizzare anche gli svantaggi legati al WMS. I costi di acquisto e le successive personalizzazioni sono abbastanza alti e possono rappresentare un ostacolo soprattutto per le piccole e medie imprese. I tempi di implementazione inoltre possono risultare piuttosto lunghi.

È innegabile che ci possa essere qualche difficoltà in fase di start-up, ma in tal caso è opportuno parlare più di investimento che di spesa. Ragionando sul medio-lungo periodo infatti l’investimento si trasformerà rapidamente in risparmio. È però importante affidarsi ad un’azienda esperta e capace di guidare all’installazione personalizzata del software con un elevato livello di precisione e professionalità.

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L’elettronica applicata alla strumentazione di controllo industriale

L’elettronica applicata alla strumentazione di controllo industriale

Il monitoraggio è un’attività di fondamentale importanza per tutti i processi industriali, che devono essere sottoposti a una supervisione costante: è indispensabile, infatti, un controllo effettuato senza soluzione di continuità per avere la certezza che tutti i parametri rispettino con la massima precisione i valori previsti. In caso contrario, il rischio è dietro l’angolo, e non si può escludere la possibilità che si verifichino dei malfunzionamenti o comunque dei guasti. Questo è il motivo per il quale non si può prescindere dall’applicazione dell’elettronica alla strumentazione di controllo industriale: è ciò che serve per tenere ogni parametro monitorato.

A che cosa serve la strumentazione di controllo elettronica

In qualunque impianto industriale la strumentazione elettronica consente di usufruire di misurazioni precise e, in più, di mantenere entro le soglie previste valori critici. Nel caso della pressione, per esempio, c’è bisogno dei regolatori di pressione elettropneumatici, dei dispositivi che permettono di abbassare la pressione di ingresso di un impianto, in modo che il suo valore sia conforme alla pressione di uscita che si auspica. La pressione, dunque, può essere mantenuta costante con il passare del tempo, a prescindere dal verificarsi di potenziali cambiamenti di input. In genere i regolatori elettropneumatici vengono collocati in una sala controllo di cui fanno parte anche altri dispositivi di strumentazione elettronica industriale.

Tutti i benefici offerti dalla strumentazione di controllo elettronica

I vari elementi che compongono la strumentazione di controllo permettono di monitorare, di regolare e di misurare le diverse fasi che formano il processo di produzione. Si tratta di un insieme di tecnologie e di dispositivi per mezzo del quale, tra l’altro, è possibile automatizzare i processi di produzione industriale, del tutto o almeno in parte. L’obiettivo da raggiungere è quello di fare in modo che i sistemi adottino parametri equivalenti a quelli ideali, così che gli impianti possano risultare efficienti e soprattutto operare in condizioni di massima sicurezza.

Quali valori vengono controllati

Sono molteplici i valori che possono essere sottoposti a un controllo costante nel tempo: a seconda delle esigenze, si tratta del pH, del peso, della portata, della temperatura e della pressione di un liquido o dell’aria. Quando si parla di strumentazione di controllo elettronica si fa riferimento a dispositivi che possono essere digitali o analogici, e che sono in grado di trasmettere segnali digitali o elettrici caratterizzati da un valore proporzionale al valore della grandezza di comando o di misura.

I vacuostati digitali e i pressostati

Si è visto che i regolatori elettropneumatici rappresentano un esempio di strumentazione di controllo; in genere essi vengono installati su macchine automatiche destinate alla produzione industriale che possono essere destinate a molteplici settori di applicazione. Ma ci sono anche altri dispositivi che vale la pena di menzionare, tra i quali i vacuostati digitali e i pressostati. Si tratta di sensori strutturati in modo da rilevare la pressione, per poi immettere un segnale analogico, in corrente o in tensione, o digitale nel sistema. Si hanno, così, dei valori di misurazione con pressioni negative o positive nei circuiti di vari gas e fluidi. Lo scopo è non solo quello di garantire i più elevati standard di sicurezza degli impianti, ma anche di risparmiare energia. I vacuostati digitali vengono adoperati per iniziare cicli di lavoro, per alimentare l’aria compressa per i generatori di vuoto e per monitorare la presa delle ventose degli impianti.

Gli ionizzatori

Il vasto assortimento di strumenti di controllo elettronici di cui ci può essere bisogno in uno stabilimento industriale include, poi, gli ionizzatori industriali, che sono destinati a rimuovere l’elettricità statica e a eliminare la polvere, in un processo analogo a quello degli ionizzatori domestici. Questi dispositivi producono degli ioni negativi che vanno a legarsi con le particelle che si trovano nell’aria: attraverso tale meccanismo l’elettricità statica può essere rimossa. Vi si ricorre nei processi di automazione che richiedono il trasporto di componenti sensibili, come avviene per lo stampaggio della plastica e per il packaging. Inoltre, gli ionizzatori servono a rimuovere dalle superfici depositi dannosi (polvere, ma non solo): il che è fondamentale nel caso di alimentatori automatici, di pellicole da imballaggio o di prodotti da stampo.

I flussostati

Quando si ha la necessità di misurare, in una macchina o in un impianto, il valore della portata di un fluido, non si può che fare riferimento a un flussostato. Questo strumento in realtà è in grado di svolgere una grande varietà di funzioni, per esempio eseguendo conteggi sulle misure in funzione di parametri stabiliti in precedenza, oppure facendo entrare in funzione una soglia di attivazione del flusso e una soglia di disattivazione. A seconda del modello che viene utilizzato, è possibile usufruire di funzioni di regolazione, di controllo e di monitoraggio, per esempio nel settore del packaging, in ambito cosmetico, nel comparto alimentare o in campo farmaceutico. Dipende anche se bisogna misurare acqua, aria o gas.

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Pacchetti hosting: le soluzioni ideali per chi non conosce i linguaggi di programmazione

Pacchetti hosting: le soluzioni ideali per chi non conosce i linguaggi di programmazione

Poche settimane fa abbiamo parlato, in quest’articolo, dei linguaggi di programmazione, i quali hanno un ruolo assai importante nella realizzazione di siti Internet e nel web design in generale.

Ma la conoscenza di questi linguaggi è indispensabile per poter realizzare un sito Internet?

Sicuramente chi ha dimestichezza con HTML e altri linguaggi ha modo di effettuare anche modifiche molto specifiche ai siti web e di effettuare svariate personalizzazioni grafiche di livello professionale, tuttavia è assolutamente possibile mettere online un sito web curandone i contenuti e scegliendo tra diversi layout strutturali.

Come si può creare e gestire un sito Internet senza conoscere i linguaggi di programmazione

In tale ottica giocano un ruolo fondamentale i cosiddetti CMS, Content Management System, delle piattaforme che consentono appunto di gestire i contenuti del sito, da intendersi sia come contenuti testuali che multimediali, in maniera agevole e senza dover metter mano alla struttura tecnica del sito web.

Nel momento in cui si realizza il sito web, quindi quando si acquista il classico pacchetto composto da dominio e hosting, il CMS di interesse deve essere installato; questa operazione non è oltremodo complicata, tuttavia chi non ha esperienza può avere qualche intoppo.

Oggi i webmaster che intendono gestire un sito Internet pur senza avere competenze in termini di programmazione possono bypassare agevolmente anche questo step, scopriamo come.

Come si può evitare di installare manualmente il CMS

Alcune società specializzate in servizi hosting offrono la possibilità di acquistare dei pacchetti che includono, oltre ad hosting e dominio, anche un CMS preinstallato, ciò significa che il sistema di gestione dei contenuti non deve essere installato manualmente. Anche in questi casi, è utile sottolinearlo, il CMS si aggiorna costantemente proprio come nelle versioni scaricate in modo manuale, di conseguenza non c’è alcuna differenza a livello di performance. Non c’è davvero alcun dubbio, dunque, sul fatto che il pacchetto “hosting + dominio” con CMS preinstallato sia la soluzione migliore per i webmaster meno esperti, o comunque per chi vuol gestire il proprio sito web in modo pratico ed efficiente.

A livello di costi, le differenze tra pacchetti tradizionali e quelli inclusivi di CMS preinstallato sono davvero esigue, e questa è un’ulteriore ragione per scegliere tale formula.

WordPress, il CMS più diffuso e più semplice da gestire

A questo punto è doveroso chiedersi quale sia il CMS più diffuso, e nel rispondere non c’è davvero alcun dubbio: WordPress.

WordPress è il CMS più diffuso a livello mondiale da ormai diversi anni, come confermato da diverse statistiche di livello internazionale, ciò indica in modo inequivocabile il fatto che può vantare molteplici punti di forza, su tutti la praticità di utilizzo e la possibilità di strutturare il sito in modo efficace e funzionale.

Gli esperti di Web Marketing, peraltro, sanno molto bene che i siti Internet realizzati in WordPress sono ottimali per ottenere un buon posizionamento nei motori di ricerca, un risultato che dipende da una molteplicità di fattori, ma che ha nell’installazione di un buon CMS una preziosa base.

Aziende specializzate in servizi hosting come Flamenetworks propongono, tra le varie proposte, anche dei pacchetti che includono oltre al dominio e al relativo hosting il CMS WordPress già installato, i cui aggiornamenti vengono scaricati tempestivamente in maniera automatica, senza l’esigenza di azioni manuali.

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Programmazione in Python: come funziona e come imparare le basi

Programmazione in Python: come funziona e come imparare le basi

Uno dei settori professionali che si è maggiormente espanso negli ultimi anni è quello della programmazione informatica. La figura del programmatore, infatti, è tra le più richieste, in quanto rappresenta colui il quale è materialmente in grado di ‘costruire’ l’architettura di un sito web, utilizzando un apposito codice di programmazione.

La conoscenza dei diversi ‘linguaggi’ utilizzabili per la creazione di pagine e siti costituisce un requisito professionale fondamentale per chiunque intenda intraprendere la carriera da programmatore informatico; in particolare, è bene avere familiarità con uno dei linguaggi più utilizzati, il Python.

In questo articolo vedremo quali sono le sue caratteristiche fondamentali e come imparare i principi di base e le funzionalità.

Cos’è il linguaggio Python

Il Python è un linguaggio di programmazione sviluppato dall’olandese Guido Van Rossum; la prima versione risale al 1991 mentre le più recenti sono state rilasciate a cavallo tra il dicembre 2020 e il febbraio 2021.

Dal punto di vista strettamente tecnico, il Python viene definito come un linguaggio di “alto livello”; in parole povere, ciò vuol dire che il codice è caratterizzato da un elevato livello di astrazione ed è in grado di gestire tutti gli aspetti del programma.

Ciò nonostante, è piuttosto semplice da usare - è adatto anche a chi si approccia alla programmazione senza particolare esperienza - ed è molto versatile, in quanto può essere adoperato per sviluppare applicazioni, ma anche per eseguire test, calcoli ed implementare funzioni di scripting.

Tra le caratteristiche principali di Python figura la molteplicità del paradigma; il linguaggio, infatti, ne supporta diversi, dalla programmazione strutturata a quella ‘object oriented’ (funzionale alla definizione di oggetti software in grado di interagire reciprocamente).

Le principali caratteristiche

Il Python fa ricorso ad una sintassi semplice, facile sia da leggere che da scrivere, soprattutto grazie ad una minore presenza di costrutti sintattici che invece caratterizzano altri linguaggi, come ad esempio il C o il Pascal.

Altra prerogativa del Python è la versatilità, in quanto si tratta di un linguaggio multipiattaforma che gira su diversi sistemi operativi senza particolari problemi; nello specifico è compatibile con GNU/Linux, Windows, Unix e MacOS. In aggiunta, l’ampia dotazione di librerie e framework rende questo linguaggio facilmente sfruttabile in tanti ambiti differenti.

Una delle particolarità del Python è la cosiddetta indentazione, necessaria quando si scrive materialmente il codice di un programma. Rispetto ad altri linguaggi, infatti, ogni segmento non viene limitato da un comando (come ad esempio begin e and) né viene incluso tra due parentesi graffe (come prevede la prassi per C e Pearl).

I codici scritti con linguaggio Python prevedono che ogni sezione progressiva sia indentata, ossia presenti un rientro (composto da un certo numero di spazi) rispetto al margine sinistro, così da dividere più chiaramente le componenti del codice.

Come imparare a programmare in Python

Come già accennato, conoscere il linguaggio Python - tra i più sfruttati nell’ambito della programmazione informatica - è fondamentale per inserirsi in un settore in crescita ma molto competitivo come quello dei programmatori.

Per apprendere le caratteristiche e le funzionalità di questo linguaggio, si possono seguire diverse strade. La prima è quella di intraprendere un percorso di studi universitari, iscrivendosi ad una facoltà di informatica, facendo attenzione alla disponibilità di corsi specifici dedicati alla programmazione.

In alternativa, ci si può orientare verso appositi corsi per programmare in Python organizzati da enti specializzati come Puntonetformazione. Percorsi formativi di questo tipo sono accessibili anche a chi non ha alcuna nozione della programmazione informatica e prevedono una equilibrata integrazione tra parte teorica e pratica. È consigliabile, ad ogni modo, orientarsi verso corsi che assicurino un adeguato numero di ore di formazione e prevedano il rilascio di un attestato di certificazione autorevole e riconosciuto.

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  • Appunti

Quali sono gli sbocchi professionali con la laurea telematica in Ingegneria

Quali son gli sbocchi professionali con la laurea telematica in Ingegneria 

Le Università telematiche negli ultimi anni hanno assistito (e continuano ad assistere) ad una crescita graduale ma costante. Probabilmente per tutti quei vantaggi che in molti riscontrano iscrivendosi in questa tipologia di università.

In questo breve articolo ci focalizzeremo su alcuni punti fondamentali e decisivi per la scelta di una facoltà telematica.

Vedremo:

  • - se la laurea in Ingegneria erogata da un istituto telematico è valida legalmente
  • - i vantaggi dello studiare a distanza attraverso una connessione internet-
  • - gli sbocchi professionali a cui un laureato in Ingegneria può aspirare.

Università telematiche: validità della laurea

Il titolo di laurea conseguito in una qualsiasi delle università telematica ha la stessa validità di quello erogato da atenei frontali.

Vediamone le ragioni.

Sono 11 le università riconosciute dal Miur (Ministero dell’istruzione, dell’Università e della ricerca) attraverso Decreto Ministeriale. Riconoscimento avvenuto dopo aver verificato l’adeguamento delle singole università ai criteri stabiliti dal Miur stesso, in relazione a qualità di formazione per lo studio e altri requisiti.

Il Miur si è avvalso e si avvale dell’Anvur, altro organo pubblico avente il compito di monitorare periodicamente le 11 università e segnalare eventuali criticità da risolvere.
Questi organi rendono il sistema delle università online garantito affinché chi studia possa avere una formazione equiparabile se non superiore alle università tradizionali.

La laurea erogata da un’università telematica quindi dà accesso a concorsi pubblici e privati ed è spendibile anche all’estero.

Motivi per scegliere una università online

I motivi sono davvero tanti. Da quando è cambiato il modo di cercare informazioni, non più su testi enciclopedici, ma direttamente sul web, anche studiare su piattaforme di e-learning attraverso video conferenze e materiale didattico scaricabile è diventato più comune.

Il materiale messo a disposizione su queste piattaforme in streaming o on-demand è disponibile quando lo studente vuole 24/24h, lo si può rivedere centinaia di volte, fermare un video, prendere appunti e poi continuare.

Queste piattaforme mettono a disposizione anche forum e chat di discussione perché gli studenti abbiano momenti di condivisione dove possono scambiarsi suggerimenti e consigli. Anche l’interazione con i docenti è ben strutturata.

Basta avere una buona connessione e, nel momento in cui si vuole e nel luogo in cui si è, si può accedere allo studio su queste piattaforme sia attraverso pc, ma anche dispositivi mobili.

Nessuna lunga trasferta dal luogo dove viviamo all’università né l’obbligo di doversi trasferire in un’altra città per frequentare l’università con tutte le spese (principalmente di affitto e vitto) che ne conseguono.

Molti di coloro che scelgono le università telematiche sono già occupati, hanno impegni professionali e in questo modo riescono a conciliare lo studio con il resto (la famiglia, il lavoro, etc)

L’offerta formativa delle università online offre diverse tipologie di laurea in Ingegneria, sia triennale che magistrale:

  • - Ingegneria Civile e Ambientale
  • - Ingegneria Industriale
  • - Ingegneria Informatica e dell’Automazione

Molte università telematiche offrono l’opportunità durante il percorso di studio di poter partecipare a tirocini curriculari e a progetti di Erasmus+, un progetto di mobilità dello studente all’estero utilizzabile sia per lo studio che per esperienze professionali.

Non solo studio quindi, ma anche pratica.

Laurearsi in Ingegneria: quali sono gli sbocchi occupazionali?

Ribadiamo, prima di addentrarci in merito all’argomento, che la laurea erogata da un istituto telematico non ha nessuna differenza in relazione alla sua validità legale rispetto a quello erogato da un ateneo frontale.

Quindi le opportunità di lavoro sono le stesse. Molto dipenderà dal mercato del lavoro: dalla domanda di ingegneri nel momento di conseguimento della laurea.

Anche il tipo di laurea scelto in Ingegneria offrirà sbocchi professionali diversi.

Ad esempio, una laurea in Ingegneria informatica o elettronica dà conoscenze base e/o specializzate sulla progettazione e gestione di sistemi elettronici che trovano la loro espressione nel campo delle telecomunicazioni, elaborazione delle informazioni, nei sistemi biomedicali, sistemi spaziali, sistemi per l’ambiente, sistemi per l’automazione e controllo industriale.

Da questo semplice elenco si può comprendere che la domanda di laureati in Ingegneria non è in esaurimento bensì in aumento con le nuove applicazioni della tecnologia come la domotica o l’Industria 4.0.

Una laurea invece in Ingegneria Civile e Ambientale darà competenze e conoscenze per la progettazione, realizzazione e gestione di opere e sistemi di rilievo, controllo dell’ambiente e del territorio. La gestione delle materie prime, dei rifiuti; la valutazione degli impatti ambientali nella realizzazione di opere e piani.

Clicca qui per conoscere alcuni degli sbocchi professionali con una laurea in ingegneria civile, oppure qui per gli sbocchi in ingegneria industriale.

Va detto, inoltre, che i corsi di studio pianificati da queste università telematiche sono solleciti nell’adeguarsi ai cambiamenti del mercato del lavoro in modo da formare figure professionali quanto più rispondenti alle esigenze di un mercato in continua evoluzione.

Come iscriversi alle Università telematiche

Erogando a distanza i contenuti didattici, ci si può iscrivere in ogni momento durante l’anno.

Non ci sono test d’ingresso per limitare gli iscritti ma solo test di orientamento con finalità di supporto allo studente.

Anche iscriversi è molto semplice e le procedure d’immatricolazione si svolgono, molto spesso, completamente online. Realizzare i propri sogni non è mai stato più semplice.

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Le classi di purezza dell'aria compressa secondo la norma ISO8573-1:2010. Automazione pneumatica e Industria 4.0

Le classi di purezza dell'aria compressa secondo la norma ISO8573-1. Automazione pneumatica e Industria 4.0

L'aria compressa resta un sistema fondamentale nei sistemi di produzione anche ai tempi dell'industria 4.0 e restano, inoltre, un componente importante di tutti quei componenti pneumatici dell'automazione industriale. In questo articolo vediamo un aspetto importante di questi sistemi, ovvero la qualità dell'aria compressa.

 

A cosa servono i sistemi di trattamento aria

Nell'aria compressa sono infatti contenuti umidità, impurità e residui di olio ( solitamente generato dai compressori dove la pressione viene generata ) che, se superano determinati valori, possono causare malfunzionamenti e blocchi della produzione. Pensiamo inoltre ad applicazioni particolari come l'industria alimentare, quella farmaceutica o gli ambienti ospedalieri, dove la presenza di queste impurità non può essere tollerata. A tale scopo ai compressori vengono affiancati dei sistemi di trattamento aria, che provvedono ad inviare lungo il circuito aria purificata ad essiccata.

Per l'essiccazione, in particolare, si utilizzano i cosiddetti essicatori che possono essere:

  • - essiccatori a refrigerazione ( essiccatori firgoriferi )
  • - essiccatori ad estrazione.

Per avere un'idea di quali siano le caratteristiche degli essiccatori per aria compressa basta consultare un catalogo di essiccatori, come ad esempio quello del sito compressoriaria.it

La Norma ISO 8573-1

La norma di riferimento per definire la qualità dell'aria prodotta da un sistema di trattamento aria è redatta dall'ISO e si chiama norma ISO 8573-1:2010. Vengono definite 6 classi di purezza in ordine decrescente ( più basso è il numero, più pura è l'aria ) e viene inoltre aggiunta una "classe zero" definita dal produttore del sitema quando vuole realizzare sistemi superiori in purezza alla classe 1, secondo standard che dovrà definire e garantire in autonomia.

I parametri considerati dalla norma per valutare la purezza dell'aria compressa sono 3 e determinano le tre cifre che compongono la classe:

  • - polveri o particelle solidi, misurate per numero di particelle per metro cubo;
  • - acqua, misurata per punto di rugiada in pressione ( °C o °F );
  • - olio, misurato per mg per metro cubo.

Pertanto un sistema di trattamento aria di classe 1.4.1 , per fare un esempio, sarà di classe 1 rispetto al particolato, 4 rispetto all'umidità e 1 rispetto all'olio.

Polveri o particelle solide in particelle per metro cubo

Le particelle solide, detta anche particolato, sono classificate in base al loro diametro e in particolare la norma tiene conto di tre diverse dimensioni:

  • - polveri di diametro compreso tra 1 micrometro e 5 micrometri
  • - particolato di diametro compreso tra 0.5 micrometri e 1 micrometro
  • - diametro compreso tra 0.1 micrometri e 0.5 micrometro

Per le polveri o particelle solide sono fissati i seguenti limiti:

  • - inferiore a 5mg di particelle per metro cubo per rientrare nella classe 6
  • - inferiore a 100.000 parti per metro cubo, con diametro massimo di 1 micron per rientrare nella classe 5
  • - inferiore a 10.000 parti per metro cubo, con diametro massimo di 1 micron per rientrare nella classe 4
  • - la classe 3 tollera al massimo 1.000 particelle per metro cubo di diametro tra 1 micron e 5 micron, ma ne ammette 90.000 tra 0.5 e 1micron
  • - la classe 2 tollera al massimo 100 particelle per metro cubo di diametro tra 1 micron e 5 micron, ma ne ammette 6.000 tra 0.5 e 1micron e 400.000 tra 0.1micron e 0.5 micron
  • - la classe 1 tollera al massimo 10 particelle per metro cubo di diametro tra 1 micron e 5 micron, ma ne ammette 400 tra 0.5 e 1micron e 20.000 tra 0.1micron e 0.5 
  • - se un produttore vuole immettere sul mercato un sistema di classe 0 devo scendere sotto i limiti della classe 1 e definirne le specifiche in fase costruttiva

Contenuto di acqua: cos'è la temperatura di rugiada

I limiti del contenuto di umidità nell'aria compressa sono misurati con la temperatura di rugiada in pressione ( in lingua inglese Vapor Pressure Dewpoint ) . Il punto di rugiada è il valore della temperatura alla quale l’umidità e il vapore acqueo presenti condensano sulle superfici trasformandosi in acqua liquida. Il tutto alla pressione di esercizio del sistema di trattamento aria.

Pertanto più la temperatura di rugiada è alta, più sarà la concentrazione di acqua nell'aria compressa. Meno sarà presente la concentrazione di umidità, più sarà necessaria una temperatura bassa perché questa condensi creando problemi al sistema di aria compressa.

Classi dell'aria compressa per contenuto di umidità

Per quanto detto nel paragrafo precedente, è intuitivo che la definizione delle classi proceda per temperature di rugiada decrescente:

  • - un sistema è di classe 6 se la temperatura di rugiada è inferiore a 10°C (50°F)
  • - un sistema è di classe 5 se la temperatura di rugiada è inferiore a 7°C (45°F)
  • - un sistema è di classe 4 se la temperatura di rugiada è inferiore a 3°C (37°F)
  • - un sistema è di classe 3 se la temperatura di rugiada è inferiore a -20°C (-4°F)
  • - un sistema è di classe 2 se la temperatura di rugiada è inferiore a -40°C (-40°F)
  • - un sistema è di classe 1 se la temperatura di rugiada è inferiore a -70°C (-94°F)

Come per il particolato, se un produttore vuole immettere sul mercato un sistema di trattamento aria compressa di classe 0 dovrà scendere sotto la temperatura di rugiada del classe 1 e specificarlo nel data sheet del prodotto.

Classi dell'aria compressa per concentrazione di olio

Una certa concentrazione di olio è presente nell'aria compressa proprio per le caratteristiche costruttive dei compressori, che essendo comunque delle macchine meccaniche hanno bisogno di lubrificazione nella maggior parte dei casi. Fanno eccezione i compressori oil free, ovvero senza olio, anche se non è sufficiente che un compressore sia dichiarato Oil Free perché sia completamente privo di concentrazioni infinitesimali di olio: perché ciò avvenga il compressore deve essere Oil free classe zero.

Vediamo comunque quali sono i limiti di concentrazione oleosa fissati dalla norma ISO 8573-1:

  • - la classe 4 ammette una concentrazione di olio inferiore a 5mg per metro cubo;
  • - la classe 3 ammette una concentrazione di olio inferiore a 1mg per metro cubo;
  • - la classe 2 ammette una concentrazione di olio inferiore a 0.1mg per metro cubo;
  • - la classe 1 ammette una concentrazione di olio inferiore a 0.01mg per metro cubo.

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I linguaggi di programmazione nel web design: quali sono i più utilizzati

I linguaggi di programmazione nel web design: quali sono i più utilizzati

Chi studia per diventare web designer si ritrova sulla scrivania manuali e guide pieni zeppi di diciture e linguaggi tecnici da memorizzare e soprattutto da imparare ad usare sul lavoro. Tra quelli fondamentali per il Web Design, ce ne sono tre che sono considerati la base della materia. Parliamo di HTML, CSS, Javascript.

Un bravo designer del web, che ha maturato la giusta esperienza e le giuste conoscenze del settore, soprattutto grazie ad un corso web designer di spessore, sa che la creazione di una pagina web necessita di cure particolari per rendere la grafica piacevole alla vista ed allo stesso tempo leggera da leggere e da “masticare” per tutti i motori di ricerca.

Questi linguaggi di programmazione che abbiamo appena citato in intro rendono più agevole e facile l’ottimizzazione del sito dal punto di vista grafico e non solo.

Il professionista lavora meticolosamente per aggiungere effetti, scorciatoie ed animazioni alle pagine del sito, rendendole adatte alla navigazione.

Quello che faremo qui di seguito è provare a spiegare l’importanza dei suddetti linguaggi di programmazione in ambito “web design”.

HTML: la base fondamentale delle pagine Web

Partiamo dall'analisi del primo linguaggio, considerato come l’asse portante di una pagina web.

Stiamo parlando dell'HTML che serve a creare la struttura di base delle pagine Web. L’acronimo sta per Hyper Text Markup Language, (tradotto come linguaggio di marcatura degli ipertesti).

Il riferimento è quindi palese ai Markup Tags, ovvero ai comandi che si utilizzano per l’impiego di questo linguaggio, e agli “ipertesti”, che invece rappresentano l’insieme dei documenti e dei media collegati tra loro tramite dei link.

L'HTML di oggi, come cioè lo concepiamo ora, non è come quello usato negli anni precedenti.

Nel corso del tempo la tecnologia si è evoluta, e le recenti versioni di HTML hanno progredito nelle loro funzionalità.

Tra le ultime versioni citiamo HTML5, che circa una decina di anni fa ha apportato modifiche ai Markup Tags rispetto al precedente HTML4, ormai obsoleto in quanto nato nel “lontano” 1999.

Il linguaggio HTML serve, detto in parole povere, ad inserire su un sito web testi, immagini, documenti, form di contatto, collegamenti. E’ quindi l’amalgama che mette insieme tramite codice tutti i pezzi che formano una pagina web e quindi un sito web.

Grazie all’HTML puoi altresì inserire mappe di Google, video di YouTube, form contact e molto altro.

È per questo che un web designer deve conoscere l'ABC del linguaggio HTML, e tutto per costruire la base del sito.

In seguito per favorirne un buon posizionamento in SERP dovremo svolgere accurato lavoro di SEO OnPage, utilizzando i Markup Tags in modo strategico.

Linguaggi XML e XHTML

Sempre facenti parte della famiglia del linguaggio di HTML, abbiamo i linguaggi XML e XHTML, rispettivamente eXtensible Markup Language ed eXtensible Hyper Text Markup Language.

Essi vengono invece impiegati per la creazione di Markup Tags personalizzati.

Da citare è anche l'HAML, che viene utilizzato per rendere più rapida la stesura del codice HTML attraverso dei programmi chiamati preprocessori.

CSS per modificare il sito e renderlo esteticamente piacevole

Con il CSS procedi allo step successivo, ovvero modifichi la grafica ed il template del sito e lo rendi piacevole alla vista oltre che funzionale alla navigazione.

CSS, acronimo di Cascading Style Sheet (il cui parallelo in italiano è foglio di stile a cascata) è un linguaggio grazie al quale si possono realizzare dei documenti.

All’interno di questi ultimi si possono poi elencare le caratteristiche estetiche delle pagine Web. Solo utilizzando un CSS è possibile realizzare un Responsive Design.

Più semplicemente i vari template si adattano ai display e dispositivi che si stanno utilizzando.

Se fino ad ora credevi che con il CSS si potesse unicamente modificare un colore, uno sfondo del sito o un carattere testuale, è giunto il momento di ricredersi. Grazie al più recente CSS3 è possibile definire animazioni, transizioni, sfumature, sfondi multipli, trasformazioni 2D e 3D.

Quando un Web Designer comincia ad impiegare questo linguaggio di programmazione, può sbizzarrire la sua fantasia, ogni immagine nella sua mente può prendere forma per rendere splendido in sito web, non solo agli occhi di chi glielo commissiona ma anche agli occhi dei potenziali Clienti.

Javascript: utilizzare le animazioni e gli effetti speciali

In ultimo c’è da considerare il linguaggio Javascript. Viene spontaneo chiedersi a cosa serve, considerato che ormai i linguaggi di programmazione sono in grado di far modificare un sito web da ogni punto di vista.

Con Javascript è amplificata la portata degli “effetti speciali” inseriti nel sito. Si tratta infatti di un linguaggio di scripting legato ad oggetti ed eventi. In questo modo è possibile rendere interattive le animazioni, o anche è possibile renderle attive in base a come si comportano gli utenti che navigano sul sito.

Se non hai capito come si impiega o come si applica Javascript ti portiamo un esempio.

Pensa a quei siti in cui scorrendo verso il basso con il cursore, il menu di navigazione rimane fermo in alto nella pagina. Si tratta di un effetto speciale che si può creare solo grazie a Javascript.

La stessa cosa vale per tutti quei siti in cui è possibile cliccare sui bottoni “Torna su” o “leggi tutto” presenti in quasi tutte le pagine Web, o quando si sfogliano le varie foto di Gallery e Slideshow.

Se con il CSS crei la base delle animazioni, con Javascript le rendi possibili, veritiere, utilizzabili e ottimizzate per la navigazione degli utenti da una pagina all’altra.

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Cos'è l'effetto fotovoltaico che sta alla base degli impianti ad energia solare.

In questo articolo, primo di una serie sulle energie rinnovabili, scopriremo cos'è e come funziona l'effetto fotovoltaico, che sta alla base della produzione di energia elettrica dalla luce solare negli impianti fotovoltaici.

Effetto fotovoltaico: un po' di storia

Lo scopritore dell'effetto fotovoltaico fu Antoine Cesar Becquerel, fisico francese nato a Châtillon-Coligny nel 1820 e morto a Parigi nel 1878. Nel 1839 Becquerel scoprì per caso che la luce solare aveva degli effetti su una cella elettrolitica con elettrodi di platino che stava studiando. Nel 1870 fu il tedesco Heinrich Hertz (Amburgo, 1857 - Bonn, 1894) a studiare l'effetto fotovoltaico sul selenio, mentre nel 1876 Willoughby Smith, William Grylls Adams e Richard Evans Day conclusero che le celle elettrolitiche erano in grado di convertire la luce in elettricità con una efficienza tra l'1% e il 2%.

La spiegazione scientifica dell'effetto fotovoltaico fu data solo da Albert Einstein nel 1905, scoperta che gli valse il Premio Nobel per la fisica nel 1921. Dovettero tuttavia passare oltre 30 anni prima che questo fenomeno potesse avere un'applicazione pratica: la prima cella fotovoltaica fu realizzata in silicio nei laboratori Bell ad opera di Gerald Pearson, Calvin Fuller e Daryl Chapin.

Il principio di funzionamento dell'effetto fotovoltaico

La cella fotovoltaica altro non è che ciò che in elettronica viene definita una giunzione p-n, come quella del diodo, realizzata partendo dal silicio cristallino puro e drogandone una parte con un elemento di tipo P ( come il Boro ) e l'altra parte con un elemento di tipo N ( come ad esempio il Fosforo ).

Nella giunzione non può entrare la luce, quindi quando i fotoni incidono sul silicio delle celle ne urtano gli atomi e, se il fotone presenta un'energia sufficiente, scalza un elettrone dal proprio posto. L'elettrone scalzato viene quindi catturato dal campo elettrico creato dalla giunzione P-N che lo trascina nella zona N. Dalla zona N può fluire attraverso i contatti della griglia elettrica fino al carico elettrico e, quindi, tornare attraverso i conduttori nella zona P. Qui si ricombinano con le lacune , cioè le cariche positive che sono state trascinate nella zona P.

Quando la luce, attraverso un numero elevato di fotoni di energia sufficiente, mette in atto il moto di un elevato numero di elettroni attraverso il processo sopra descritto, provoca il passaggio di una corrente elettrica.

Funzionamento di una cella fotovoltaica e della giunzione P-N

Abbiamo detto che il processo descritto nel paragrafo precedente si innesca solo se il fotone ha un'energia sufficiente. Solo una parte dei fotoni incidenti genera una corrente elettrica e non tutta l'energia posseduta dal fotone ( E = v * h ) si trasforma in energia elettrica. Questo determina un'efficienza piuttosto bassa delle celle fotovoltaiche : le più efficienti possono arrivare ad un rendimento di circa il 14% .

Vediamo nel dettaglio cosa può accadere a un fotone di luce solare che incide sulla cella. Le varie casistiche si possono suddividere in due comportamenti:

  1. generare una coppia di portatori di carica ( lacuna-elettrone );
  2. non generare una coppia di portatori di carica.

La coppia di generatori di carica non viene generata se:

  1. il fotone viene riflesso senza neanche entrare nella cella fotovoltaica;
  2. il fotone incide sulla griglia metallica e quindi non entra nella cella. Questo spiega perché la griglia metallica dovrà al tempo stesso avere molti conduttori per raccogliere la corrente in forma capillare, ma al tempo stesso averli molto sottili per permettere a più luce possibile di passare;
  3. il fotone ha lunghezza d'onda maggiore di 1.100 mm e quindi energia inferiore a 1.1 eV3 , questa è troppo bassa per poter creare coppie lacuna-elettrone e quindi il fotone non da origine ad alcun fenomeno apprezzabile;

Nei casi invece in cui viene generata la coppia di portatori di carica, questo può avvenire:

  1. all'interno della regione di carica spaziale della giunzione; il campo elettrico che è presente in questa regione porterà quindi l'elettrone verso la zona N e la lacuna verso la zona P, dando così origine alla fotocorrente;
  2. all'esterno della regione di carica spaziale, ma raggiungerla ugualmente per diffusione e si crea ugualmente la fotocorrente;
  3. all'esterno della regione di carica spaziale, ricombinandosi senza raggiungerla e senza dare quindi origine alla fotocorrente.

 

Rendimento ed efficienza di una cella fotovoltaica

Delle 6 casistiche descritte nel paragrafo precedente, solo in 2 casi si origina una corrente fotovoltaica. Questo spiega il rendimento relativamente basso delle celle fotovoltaiche, che raramente supera il 20%. La sfida perché le energie rinnovabili siano sempre più convenienti, anche senza l'elargizione di incentivi da parte dei governi, è ovviamente legata a tecnologie costruttive sempre più efficienti.

In particolare l'efficienza è molto legata alla tipologia di silicio impiegata. Infatti:

 

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